Non avete udito mai parlare di mastro Catrame? No?...
Allora vi dirò quanto so di questo marinaio d'antico stampo, che godette molta popolarità nella nostra marina: ma non troppe cose, poiché, quantunque lo abbia veduto coi miei occhi, abbia navigato molto tempo in sua compagnia e vuotato insieme con lui non poche bottiglie di quel vecchio e autentico Cipro che egli amava tanto, non ho mai saputo il suo vero nome, né in quale città o borgata della nostra penisola o delle nostre isole egli fosse nato.
Era, come dissi, un marinaio d'antico stampo, degno di figurare a fianco di quei famosi navigatori normanni che scorrazzarono per sì lunghi anni l'Atlantico, avidi di emozioni e di tempeste, che si spinsero dalle gelide coste dei mari del nord fino a quelle miti del mezzogiorno, che colonizzarono la nebbiosa Islanda e conquistarono il lontano Labrador, quattro o forse cinquecento anni prima che il nostro grande Colombo mettesse piede sulle ridenti isole del golfo messicano.
Quanti anni aveva mastro Catrame? Nessuno lo sapeva, perché tutti l'avevano conosciuto sempre vecchio. È certo però che molti giovedì dovevano pesare sul suo groppone, giacché egli aveva la barba bianca, i capelli radi, il viso rugoso, incartapecorito, cotto e ricotto dal sole, dall'aria marina e dalla salsedine. Ma non era curvo, no, quel vecchio lupo di mare!
Procedeva, è vero, di traverso come i gamberi, si dondolava tutto, anche quando il vascello era fermo e il mare perfettamente tranquillo, come se avesse indosso la tarantola, tanta era in lui l'abitudine del rollio e del beccheggio; ma camminava ritto, e quando passava dinanzi al capitano o agli ufficiali teneva alto il capo come un giovinotto, e da quegli occhietti d'un grigio ferro, che pareva fossero lì lì per chiudersi per sempre, sprizzava un bagliore come di lampo. Ma che orsaccio era quel mastro Catrame! Ruvido come un guanto di ferro, brutale talvolta, quantunque in fondo non fosse cattivo: poi superstizioso come tutti i vecchi marinai, e credeva ai vascelli fantasmi, alle sirene, agli spiriti marini, ai folletti, ed era avarissimo di parole. Pareva che faticasse a far udire la sua voce, si spiegava quasi sempre a monosillabi e a cenni, non amava perciò la compagnia e preferiva vivere in fondo alla tenebrosa cala, dalla quale non usciva che a malincuore. Si sarebbe detto che la luce del sole gli faceva male e che non poteva vivere lontano dall'odore acuto del catrame, e forse per questo gli avevano imposto quel nomignolo, che poi doveva, col tempo, diventare il suo vero nome.
Chi aveva mai veduto quell'uomo scendere in un porto? Nessuno senza dubbio. Aveva un terrore istintivo per la terra, e quando la nave si avvicinava alla spiaggia, lo si vedeva accigliato, lo si udiva brontolare, e poi spariva e andava a rintanarsi in fondo del legno. Di là nessuno poteva trarlo; guai anzi a provarsi! Mastro Catrame montava allora in bestia, alzava le braccia e quelle manacce callose, incatramate, dure come il ferro e irte di nodi, piombavano con sordo scricchiolio sulle spalle dell'imprudente, e i mozzi di bordo sapevano se pesavano!
Per tutto il tempo che la nave rimaneva in porto, mastro Catrame non compariva più in coperta. Accovacciato in fondo alla cala, passava il tempo a sgretolare biscotti con quei suoi denti lunghi e gialli, ma solidi quanto quelli del cignale, a tracannare con visibile soddisfazione un buon numero di bottiglie di vecchio Cipro, alle quali spezzava il collo per far più presto, e a consumare non so quanti pacchetti di tabacco.
Quando però udiva le catene contorcersi nelle cubìe[1] e attorno all'argano, e lo sbattere delle vele e il cigolare delle manovre correnti entro i rugosi boscelli, si vedeva la sua testaccia apparire a poco a poco a fior del boccaporto e, dopo essersi assicurato che la nave stava per ritornare in alto mare, compariva in coperta a comandare la manovra.
Sembrava allora un altro uomo, tanto che si sarebbe detto che invecchiava di mano in mano che si avvicinava alla terra e che ringiovaniva di mano in mano che se ne allontanava per tornare sul mare. Forse per questo si sussurrava fra i giovani marinai che egli fosse uno spirito del mare e che doveva esser nato durante una notte tempestosa da un tritone e da una sirena, poiché quello strano vecchio pareva si divertisse quando imperversavano gli uragani, e dimostrava una gioia maligna che sempre più cresceva, allora che più impallidivano dallo spavento i volti dei suoi compagni di viaggio.
Da che cosa provenisse quell'odio profondo che mastro Catrame nutriva per la terra? Nessuno lo sapeva, e io non più degli altri, quantunque mi fossi più volte provato ad interrogarlo. Egli si era contentato di guardarmi fisso fisso e di voltarmi bruscamente le spalle, dopo però avermi fatto il saluto d'obbligo, poiché mastro Catrame era un rigido osservatore della disciplina di bordo.
Del resto tutti lo lasciavano in pace, mai lo interrogavano, poiché lo temevano e sapevano per esperienza che aveva la mano sempre pronta ad appioppare un sonoro scapaccione, malgrado l'età, e qualche volta anche faceva provare la punta del suo stivale. Gli uni lo rispettavano per l'età, gli altri per paura.
Lo stesso capitano lo lasciava fare quello che voleva, sapendo che in fatto di abilità marinaresca non aveva l'eguale, che poteva contare su di lui come su d'un cane affezionato, sebbene ringhioso, e che valeva a far stare a dovere l'equipaggio anche con una sola occhiata, né mancava mai al suo servizio.
Una sera però, mentre dai porti del Mar Rosso navigavamo verso i mari dell'India, mastro Catrame, contrariamente al solito, commise una mancanza che fece epoca a bordo del nostro veliero: fu trovato nientemeno che ubriaco fradicio in fondo alla cala!... Come mai quell'orso, che da tanti anni aveva dato un addio ai forti liquori che tanto piacciono ai marinai e che mai una volta si era veduto barcollare pel soverchio bere, si era ubriacato? Il caso era grave; ci doveva entrare qualche gran motivo, e il nostro capitano, che voleva veder chiaro in tutto, ordinò un'inchiesta, su per giù come fanno le nostre autorità quando accade qualche grosso avvenimento.
E la nostra inchiesta approdò a buon porto, poiché si constatò con tutta precisione che mastro Catrame si era ubriacato per errore! Qualche burlone aveva mescolato fra le bottiglie di Cipro una di rhum più o meno autentico, e il vecchio lupo l'aveva tracannata tutta senza nemmeno accorgersi della sostituzione.
Un mastro che si ubriaca durante la navigazione non la può passar liscia, e tanto meno doveva passarla mastro Catrame, che era così rigido osservatore delle discipline marinaresche. Quale brutto esempio, se lo si fosse graziato!
Il capitano con tutta serietà ordinò che si portasse il colpevole sul ponte appena l'ebrezza fosse passata, e avvertì l'equipaggio di tenersi pronto per un consiglio straordinario. Dopo due ore mastro Catrame, ancora stordito da quella abbondante libazione, che avrebbe potuto riuscire fatale a uno stomaco meno corazzato, compariva in coperta torvo, accigliato, coi peli del volto irti. I suoi occhietti correvano dall'uno all'altro marinaio, come se volessero scoprire il colpevole di quella brutta gherminella.
Il capitano, appena lo vide, gli andò incontro, lo prese ruvidamente per un braccio e lo fece sedere su di un barile che era stato collocato ai piedi dell'albero maestro. Con un cenno fece radunare attorno al colpevole l'equipaggio, poi, affettando una gran collera che non provava e facendo la voce grossa per darsi maggior importanza, disse:
- Papà Catrame, - lo chiamava così, - sapete che i regolamenti di bordo condannano il marinaio che si ubriaca durante il servizio?
Il lupo di mare fece un cenno affermativo e barbugliò un «fate».
- Quest'uomo è colpevole? - chiese il capitano, volgendosi verso l'equipaggio, che rideva sotto i baffi, sapendo già come doveva finire quella commedia.
- Sì, sì, - confermarono tutti.
- Se tu fossi più giovane, ti farei chiudere nella cabina coi ferri alle mani e ai piedi; ma sei troppo vecchio. Ebbene, io cambio la pena condannandoti a sciogliere quella lingua, che è sempre muta, per dodici sere.
- Orsù, papà Catrame, taglia i gherlini[2] che la tengono legata, accendi la tua pipa e narraci dodici storie, le più belle che sai - e ne devi sapere, veh! - e tu, dispensiere, reca una bottiglia del più vecchio vino di Cipro che troverai nella mia cabina, onde la lingua del vecchio orso non si secchi. Avete capito?
Una salva d'applausi accolse le parole del capitano, a cui fece eco un sordo grugnito di mastro Catrame, non so poi se di contentezza per essere sfuggito ai ferri o di malcontento per dover sciogliere la lingua.
Ecco papà Catrame seduto sul barilotto, colle gambe incrociate alla maniera dei turchi, e circondato da tutti i marinai i quali sbarrano tanto d'occhi e aguzzano per bene gli orecchi per non perdere una sillaba dl quanto egli sta per narrare.
L'Oceano Indiano era così calmo da permettere a tutti - il timoniere eccettuato - di prendere parte a quelle narrazioni interessanti e meravigliose. Un leggero vento che veniva dalle coste d'Africa spingeva la nave verso l'Est, a quella terra strana che si chiama India, e dalla quale eravamo ancora lontani, tanto da poter udire tutte le dodici novelle richieste dal nostro amabile capitano.
Mastro Catrame, dopo d'aver reclamato con un gesto e un'occhiata uno scrupoloso silenzio da parte di tutto l'uditorio, tracannò d'un sol fiato un grande bicchiere di vecchio Cipro per snebbiarsi il cervello, spezzò coi lunghi denti gialli da vecchio topo un eccellente sigaro d'Avana che gli porgeva il capitano, l'accese con visibile soddisfazione, poi disse con voce grossa e da oltre tomba:
- Io appartengo a una generazione che è quasi tutta spenta, poiché sono vecchio, vecchio assai, e tutti quelli che m'hanno veduto mozzo riposano in fondo alla grande tazza[3] da molti anni, o dentro il ventre di qualche grosso pescecane.
Si fermò, quand'ebbe ciò detto, guardandoci con malizia per vedere quale effetto avesse prodotto quella lugubre prefazione che metteva i brividi, poiché aveva una intonazione strana, paurosa; poi continuò:
- Sono vissuto in un'epoca in cui si credeva alla comparsa dei vascelli fantasmi, agli esorcismi per calmare le tempeste o per sciogliere le grandi trombe marine, alle sirene che venivano a cantare sotto la poppa delle navi attirando gli incauti marinai, agli spiriti del mare, a Nettuno, il re degli abissi oceanici, alla comparsa dei marinai naufragati, ai mostri, alle streghe, alle figlie della spuma. Voi non credete più a tutto ciò, le chiamate leggende paurose, inventate da uomini ubriachi o dalla fantasia tetra dei popoli nordici; ma v'ingannate. Papà Catrame ha veduto molto: le sirene, i morti, i vascelli fantasmi e più ancora.
Il vecchio lupo di mare, dopo questo secondo esordio non meno lugubre del primo, girò intorno un altro sguardo. Nessuno fiatava, né batteva ciglio: eravamo tutti impressionati e i volti dei mozzi e dei giovani marinai erano impalliditi. Solo il capitano si manteneva impassibile, e le sue labbra si erano atteggiate ad un sorriso beffardo.
Papà Catrame rimase alcuni istanti silenzioso per raccogliere meglio le idee, indi riprese:
- Non ricordo più l'epoca, poiché sono trascorsi moltissimi anni ed io ero ancora un ragazzo, non più mozzo, ma non ancora marinaio. Avevo preso imbarco su di una grande fregata a tre ponti, un tipo di nave che non si trova più, poiché tutto è cambiato ora, cambiate le navi, come le abitudini marinaresche.
- Si chiamava la Santa Barbara: ma il capitano, uno spregiudicato che non temeva né Dio, né il diavolo, che bestemmiava da mane a sera come il leggendario olandese del vascello fantasma, e non credeva in nulla, le aveva imposto un altro nome: il Caronte.
- Brutte storie correvano sul conto di quella fregata, comandata da quel dannato, un vero dannato, ve lo dice papà Catrame! Si diceva che tutte le notti, nel fondo della tenebrosa cala, si udivano dei misteriosi fragori e dei gemiti; che nelle corsìe[4] si vedevano passare delle ombre bianche che poi scomparivano, e che sulla cima degli alberi appariva sovente una fiammella azzurra. Si diceva ancora che tutte le notti un marinaio nero nero, col viso coperto da una lunga barba rossa, entrava nella cabina del capitano per giocare e bere. Chi fosse, io non ve lo saprei dire; ma i marinai del Caronte sussurravano che doveva essere messer Belzebù: altri invece asserivano che era uno dei marinai fatti ingiustamente appiccare dal capitano, poiché quell'uomo era crudele e aveva ucciso parecchi dei suoi per un nonnulla. Insomma tutti avevano paura, e quando la nave approdava, non pochi marinai disertavano, temendo di finirla male in compagnia di quel tizzone d'inferno.
- Un abate, che un tempo era stato amico del capitano, aveva cercato di persuadere il testardo bestemmiatore a ridare alla nave il primiero nome e a ravvedersi, ma non era riuscito a nulla; anzi aveva avuto in risposta delle minacce; e il nome di Caronte era rimasto.
- Avevamo percorsi parecchi oceani e, cosa davvero strana, nessuna tempesta ci era toccata; ma i rumori continuavano a bordo della fregata, e di notte nessun marinaio avrebbe osato scendere solo e senza lume in fondo alla cala. Si sarebbe lasciato frustare a sangue col gatto a nove code[5] piuttosto di calarsi in quella nera voragine.
- Così però non la poteva durare. Il bestemmiatore era ormai giudicato: il vascello dell'olandese dannato doveva aver bisogno di un marinaio, e voi dovete sapere che su quella nave maledetta, destinata a navigare in eterno fra una continua tempesta, non salgono che gli empi e i crudeli. Avevamo lasciate le coste dell'Africa diretti all'America meridionale, al Callao. Appena lasciato il porto, un marinaio cadde da un pennone e si annegò prima che si avesse avuto il tempo di mettere le imbarcazioni in acqua; al secondo giorno un pennone cadeva dall'albero di trinchetto e piombava ai piedi del capitano, che per poco non rimase ucciso; al terzo giorno una procellaria venne a svolazzare tre volte sopra la nostra nave e precisamente sopra la cabina del bestemmiatore.
- La procellaria è l'uccello delle tempeste e porta con sé la sventura. Allora si credeva che fosse l'anima di un marinaio morto, e fra l'equipaggio si sussurrò subito che era quella del disgraziato caduto dall'albero e che veniva ad avvertirci di qualche grave sciagura.
- Un superstizioso terrore aveva invaso tutto l'equipaggio. Un viaggio così male cominciato non doveva finire bene: qualche cosa di grave stava per accadere, lo si sentiva per istinto; ma il capitano non se ne preoccupava, anzi pareva che, come l'olandese maledetto, volesse sfidare il destino e i decreti del Cielo. Bestemmiava più del solito, maltrattava l'equipaggio più dell'usato, beveva e giocava da mane a sera.
- Ma ecco che un giorno, quando ci trovavamo nei pressi del Capo Horn, l'aria si fa buia ed il mare monta. Sulla sconfinata distesa d'acqua calano, come un immenso stormo di corvi, le tenebre, e il vento fischia attraverso l'alberatura in un modo diverso dal solito, poiché quei fischi erano stridenti, e di tratto in tratto pareva che nel fondo degli abissi marini urlassero dei dannati.
- Nella stiva si udivano dei fragori paurosi; era un rotolare di catene, quantunque là catene non ve ne fossero, erano boati profondi, poi gemiti. Voi direte che erano i puntelli dei ponti, i corbetti[6] o il fasciame che scricchiolava. No! Ve lo dice papà Catrame!
Un fremito di paura corse per le membra di tutto l'uditorio a quella solenne affermazione del vecchio marinaio. I mozzi si strinsero attorno ai marinai, e i marinai addosso agli ufficiali. In quel momento si sarebbe udita volare una mosca, tanto era profondo il silenzio che regnava sulla nave, e si sentivano distinti i palpiti di tutti i cuori. Gli occhi di ciascuno erano fissi fissi sul mastro, che pareva assumesse proporzioni gigantesche e che diventasse di momento in momento più bianco, più diafano, e come uno dei paurosi fantasmi che popolavano la cala del Caronte.
- Verso il tramonto, - riprese papà Catrame con voce cupa, - ecco apparire in lontananza il Capo Horn, il temuto promontorio dell'America meridionale. Parve allora che il mare raddoppiasse la sua ira, non altrimenti che quello del Capo di Buona Speranza, quando l'olandese maledetto vendette l'anima al diavolo, per superarlo malgrado la tempesta.
- In cielo guizzavano lampi abbaglianti e il tuono rombava incessantemente, facendo tremare perfino gli alberi della nostra nave; fra le nubi sibilava e strideva il vento, e le onde si accavallavano con una rabbia tale che non vidi più mai dopo d'allora, quantunque abbia affrontato di poi non so quanti uragani.
- L'equipaggio, spaventato, smarrito, pregava; ma il capitano, no imprecava orrendamente contro il Cielo e invocava Satana per aiutarlo a superare il promontorio.
- Ed ecco ad un tratto apparire sulle spumeggianti onde un punto nero che si avvicina a noi con fulminea rapidità: era la procellaria, quella stessa che era venuta a svolazzare tre volte sul ponte, dopo la morte del marinaio.
- Girò ancora tre volte attorno a noi e si fermò sopra il nostro vento[7] dell'albero di mezzana.
- «È l'anima del marinaio!» - esclamarono tutti. - «Sciagura! sciagura!...»
- «Ritorni all'inferno!» - urlò il capitano, e, puntato un fucile, fece fuoco due volte contro l'uccello, ma senza colpirlo, poiché volò via lentamente, fece tre giri ancora attorno al Caronte e sparve fra le onde.
- Ci allontanammo dal capitano, inorriditi, esclamando:
«Sciagura!... sciagura!...»
- Egli ci rispose con un uragano di imprecazioni orribili.
- Il mastro d'equipaggio, un vecchio dalla barba bianca, che credeva come me al ritorno delle anime, scese nella sua cabina, prese la croce e la piantò sulla prua del legno.
- Quell'atto rese più che mai furibondo il bestemmiatore. Slanciatosi giù dal ponte di comando, balzò sul castello di prua e gettò la croce in mare!
- Quasi subito un lampo livido balenò fra le nubi, seguito da un rombo così spaventevole che cademmo tutti tramortiti sul ponte. Quando ci rialzammo la giustizia di Dio era compiuta: l'empio giaceva ai piedi dell'albero maestro senza vita: un fulmine l'aveva ucciso!...
- Allora sulla linea fosca dell'orizzonte vedemmo il mare alzarsi a prodigiosa altezza, mentre sulle alte rocce del Capo Horn lampeggiava; poi apparve fra una luce sanguigna un gran vascello tutto nero, colle vele pure nere sciolte al vento e guidato da un uomo di statura gigantesca. Era il vascello dell'olandese maledetto, che veniva a reclamare l'anima del bestemmiatore!
- Correva con una velocità spaventevole, urtato da tutte le parti da onde mostruose e sulla cima dei suoi alberi brillavano tre fiamme azzurre. Percorse un tratto dell'orizzonte, poi scomparve improvvisamente come se si fosse inabissato.
- Voi mi direte che era una nave qualunque, ingrandita dalla nostra paura, poiché voi non credete al vascello fantasma; ma io l'ho veduto coi miei occhi, e gli occhi di papà Catrame erano buoni in quel tempo! Voi direte che ho creduto di vedere, ma io vi affermo che ho veduto bene e nessuno potrà mai farmi credere il contrario.
- Volete sapere di più? Quando l'indomani gettammo in mare il cadavere del bestemmiatore, lo vedemmo alzarsi tre volte sopra l'acqua; poi le onde se lo presero e lo portarono lontano lontano, verso il luogo ove era scomparso il vascello fantasma.
- Papà Catrame è qui ancora, ma il capitano del Caronte è a bordo dell'olandese, dannato anche lui a navigare eternamente sul mare tempestoso fra il Capo Horn e quello di Buona Speranza!...
Un silenzio glaciale accolse la sinistra chiusa del vecchio marinaio. Nessuno fiatava, all'infuori del capitano, che sorrideva sempre: si sarebbe detto che tutti avevano paura di volgersi per la tema di scorgere il vascello maledetto solcare l'orizzonte. Su tutti i volti si leggeva un superstizioso terrore e i mozzi specialmente erano pallidissimi.
Papà Catrame centellinò un altro bicchiere di Cipro, si mise la bottiglia sotto il braccio, ci augurò la buona notte con tono canzonatorio e discese dal barile per tornare nella cala, quando il nostro capitano, che non aveva cessato di sorridere durante la intera narrazione, gli fe' cenno di arrestarsi:
- È questa la tua storia? - gli chiese con voce beffarda.
- Sì, - rispose il mastro, stupito per quella interrogazione.
- Dunque tu credi all'esistenza del vascello fantasma?
- Se credo!... L'ho veduto coi miei propri occhi!
- O hai creduto di vederlo?
Mastro Catrame lo guardò con certi occhi che pareva volessero dire: «Ma voi impazzite?»
- Catrame, - disse il capitano, diventato serio. - Non ti è mai passato pel capo il dubbio di aver veduto male o di essere stato ingannato da qualche fenomeno?
- Mai, signore, - rispose il mastro, sempre più stupito.
- Dimmi allora: hai mai udito parlare del miraggio, o, se meglio ti piace, della fata morgana?
- Non so cosa volete dire.
- Allora ti spiegherò io. Sul mare, come sugli ampi deserti, specialmente sul Sahara, per esempio, avviene talvolta un fenomeno strano, ma spiegabilissimo.
- Quando gli strati dell'aria, dilatati pel contatto caldo col suolo o con una distesa d'acqua che ha una certa temperatura ed aventi una densità differente, non si mescolano a quelli soprastanti, fanno vedere delle curiosissime illusioni d'ottica: di una semplice roccia ti fanno vedere un'isola verdeggiante, di un canotto un vascello, di un vascello un naviglio mostruoso, di un uomo un gigante, eccetera. Ora cosa pensi tu dell'apparizione del preteso olandese?
- Che gli scienziati hanno inventato delle belle frottole, signore.
- No, Catrame: la frottola ce l'hai data da bere tu, o meglio sei stato corbellato da un semplice miraggio. Il grande vascello che tu hai veduto e che credevi appartenesse all'olandese maledetto, il quale, se non lo sai, non è mai esistito, era una nave qualunque che passava all'orizzonte, ingrandita e trasformata dalla fata morgana. Ah, Catrame, come sei credulo!...
Il mastro lo guardava trasognato. Stette parecchi minuti immobile fissando il capitano, poi si allontanò a lenti passi e sparve pel boccaporto. Benché quella spiegazione scientifica fosse giusta, fu poco persuasiva pel nostro equipaggio, ed io scommetterei che quella notte più d'un marinaio non dormì e che gli uomini di guardia aguzzarono più volte gli occhi per vedere se all'orizzonte appariva il legno dell'olandese maledetto.
Per tutto il giorno seguente papà Catrame non comparve sul ponte della nave. Rintanato nella cala, aveva dormito come un ghiro, russando come una trottola d'Allemagna. Svegliatosi, sorseggiò ciò che era rimasto nella bottiglia e divorò con un appetito da pescecane la razione recatagli dai mozzi.
Del resto, la sua presenza in coperta non era necessaria, poiché il tempo si manteneva tranquillo, l'oceano era liscio come uno specchio, e il vento debole.
Quando però il sole scomparve all'orizzonte e la luna si alzò in cielo, riflettendosi vagamente nell'azzurra e limpida superficie del mare, si udì la scala del boccaporto maestro scricchiolare, e poco dopo si vide apparire il vecchio marinaio.
Aspirò avidamente una boccata d'aria marina, percorse il legno da prua a poppa, con quel suo dondolamento che lo faceva rassomigliare a un orso bianco, diede una sbirciata alle vele senza guardare in viso nessuno, caricò flemmaticamente la sua corta pipa, nera come la camicia di uno spazzacamino, poi andò a sedersi con tutta gravità sul barile e parve immerso in profondi pensieri.
Tosto i marinai, a due, a tre alla volta, i più coraggiosi prima, i paurosi poi, ed i superstiziosi ultimi, s'avvicinarono silenziosamente al vecchio marinaio, circondandolo. Il capitano fu l'ultimo a giungere, tenendo in mano un'altra bottiglia.
Tutti rispettavano il raccoglimento del vecchio, e certo nessuno avrebbe osato strapparlo alle sue meditazioni; ma la pazienza non era la virtù del capitano.
- Olà, papà Catrame, sei morto? - gli chiese.
II vecchio alzò il capo e, fissando il comandante, gli domandò a bruciapelo: - Credete al re del mare, voi?
Il capitano scoppiò in una risata fragorosa, ma nessun marinaio lo imitò. Bensì tutti lo guardarono con stupore, come se fossero meravigliati che egli non prestasse fede a ciò che narrava papà Catrame.
Il lupo di mare non mostrò tuttavia di offendersi, però la sua fronte si corrugò, e, battendo con quelle mani callose e irte di nodi i bordi del barile, esclamò: - Me lo direte poi!
Ricadde nelle sue meditazioni, ma per pochi istanti, poiché ad un tratto si scosse, come se avesse trovato quello che cercava nei suoi lontani ricordi, e disse: - Oggi non si costuma più; i lodevoli usi degli antichi marinai sono messi da un lato come ferravecchi inservibili, e non si crede che valga la pena di rendere omaggio a Nettuno, il re degli abissi marini. Che importa se le navi affondano più spesso che una volta? Sono casi, dicono gli scettici; sono accidenti, affermano gli spregiudicati. Al diavolo le superstizioni dei vecchi marinai! Lasciamo da parte le leggende, distruggiamo tutto, ché il mondo deve rifarsi. Non è cosi?
Papà Catrame fece udire un riso stridulo, beffardo, che aveva un non so che di strano, e che parve si ripetesse fino in fondo alla stiva.
- La linea! - riprese poi. - Chi oggi, passando la linea, rende omaggio al re del mare? Peuh! Hanno altro pel capo i marinai moderni, che di pensare a Nettuno! Ma quale vendetta si prende talora questo re del mare! Oh che! credete forse che gli antichi marinai abbiano inventato la cerimonia per far ridere voi, spregiudicati? O credete che un tempo pensassero a divertirsi frammezzo alle onde incalzanti e ai sibili diabolici del vento? No, no; e papà Catrame, se così vi parla, ne ha il motivo.
- Voi siete giovani, e nulla sapete sul passaggio della linea, che oggi si celebra al più con una innaffiata del ponte; ma un tempo era una cerimonia importante, e nessun marinaio, per quanto audace, avrebbe osato passarvi sopra, poiché la vendetta di Nettuno presto o tardi lo avrebbe infallantemente colpito.
Ora ve lo proverò.
Papà Catrame rattizzò la pipa col suo pollice incombustibile, sorseggiò un buon bicchiere che gli offriva il capitano, reclamò con un gesto maestoso il più assoluto silenzio, e dopo di essersi accomodato sul barile, principiò la sua seconda e non meno interessante narrazione.
- Un destino strano, incomprensibile, mi spinse sempre a prendere imbarco sulle peggiori navi della nostra marina; e io non le cercavo, veh! Quasi tutti i capitani che ho servito nella mia lunga, lunghissima carriera marinaresca, erano bestemmiatori o scredenti. Non badavano alle nostre tradizioni, non badavano ai nostri vecchi usi, non credevano né alle sirene, né alle figlie della spuma, né ai mostri marini, a nulla insomma.
- Mi ero imbarcato in qualità di gabbiere su di una vecchia corvetta, di cui ora non ricordo il nome, poiché sono passati da quell'epoca lunghi anni. Era una gran nave però, buona veliera, un po' vecchia, sì, ma colle costole ancora robuste, destinata ai lunghi viaggi dell'Oceano Atlantico e dell'Indiano, e perciò costretta a passare sovente la linea equatoriale.
- Il capitano aveva sempre, fino allora, conservato l'usanza di rendere il dovuto omaggio al re del mare, quando dall'emisfero settentrionale passava nell'emisfero australe, e mai aveva avuto a pentirsene. Anzi soleva dire che, appunto per quello, la sua corvetta godeva una buona protezione; ed infatti mai una tempesta fatale l'aveva sorpresa, e quelle ordinarie le aveva facilmente vinte.
- Ma gli uomini purtroppo cambiano, e anche il nostro capitano, seguendo l'andazzo dei tempi, a poco a poco si era mutato, diventando uno spregiudicato.
- Avvenne or dunque che la nostra corvetta si trovò un giorno nei pressi della linea equatoriale. Voi già sapete che questa linea è puramente geografica, e perciò invisibile: è un semplice parallelo, egualmente distante dai due poli.
- L'equipaggio, fedele alle tradizioni marinaresche, cominciò a fare i preparativi onde procedere al battesimo, e rendere quindi il dovuto omaggio a Nettuno, il quale si dice abiti in prossimità della linea.
- Oh, allora erano bei tempi! Voi siete giovani, e non potete avere che una pallida idea di quella cerimonia che faceva battere il cuore del marinaio, perché sapeva di compiere un dovere che lo metteva al coperto dal furore degli oceani.
- Quando echeggiava sul ponte di comando: «Ecco la linea!» una viva emozione s'impadroniva di tutti: ufficiali, marinai e mozzi, eccoli tutti in movimento per prepararsi alla festa.
- La gran gala, formata dalle bandiere di tutti gli Stati del mondo e dalle bandiere dei segnali, saliva maestosamente in aria, distendendosi fra l'albero di mezzana e la punta del bompresso, e il vessillo nazionale s'innalzava maestosamente sul picco della randa, salutato da un colpo di cannone.
- Si frugavano e rifrugavano le casse di tutti, si spogliavano le cabine dell'ufficialità e dei passeggeri per ornare l'opera morta, e dappertutto si stendevano tappeti, arazzi e scialli variopinti, tramutando la nave in un'immensa sala, sfolgorante pei lucenti metalli dell'attrezzatura e per le tinte vivaci di tutto quel pandemonio di bandiere svolazzanti e di stoffe spiegate al vento.
- Il mastro d'equipaggio e una dozzina dei più robusti marinai scomparivano, mentre gli altri preparavano le pompe e i mastelli pel battesimo, tanto più gradito al re del mare quanto più era abbondante
- Nel momento preciso che il vascello passava la linea, ecco giungere sotto l'anca di tribordo o di babordo un'imbarcazione adorna di arazzi e di bandiere, montata da una dozzina di tritoni e da un vecchio che raffigurava Nettuno. Una voce grossa grossa si alzava dal mare, chiedendo:
«È battezzato il vascello?»
- «No!» - rispondeva l'equipaggio.
- «Ammainate la scala, dunque!» - comandava la voce grossa.
- La scala d'onore veniva tosto calata: i marinai si schieravano a prua coi mastelli pieni d'acqua, dinanzi e attorno alle pompe; gli ufficiali e i passeggeri a poppa.
- Il re del mare saliva gravemente sul ponte. Era un vecchio dalla lunga barba, adorno di conchiglie, recante in capo una corona di metallo e nella sinistra un tridente. Lo seguivano dodici marinai camuffati da tritoni, carichi di conchiglie e di alghe marine.
- Il re, che era rappresentato dal mastro, si avanzava verso il capitano, seguito da tutto il suo stato maggiore, e dopo di aver ricevuto un lungo inchino da parte dell'intera ufficialità, chiedeva al comandante: «Hai pagato il tuo tributo al re del mare?»
- «No», - rispondeva il capitano.
- «Allora ti battezzo».
- Così dicendo, prendeva una tinozza piena d'acqua e la rovesciava sul capo di lui inondandolo completamente.
- Quello era il segnale del battesimo generale. Le pompe, energicamente manovrate, inondavano passeggeri e ufficiali, e le tinozze si vuotavano sul capo di tutti. Torrenti d'acqua correvano da prua a poppa, recando il dovuto tributo al re del mare, e la battaglia si prolungava fino al completo esaurimento delle forze di ambe le parti.
- La nave, così battezzata, poteva allora sfidare impunemente i furori degli oceani, poiché Nettuno la proteggeva; ma guai a non farlo! Il tributo d'acqua si cambiava in una ecatombe umana, e papà Catrame, che è ancora qui, vivo per miracolo, lo sa!
Il vecchio marinaio per la terza volta s'interruppe, girando sull'attento equipaggio un lungo sguardo, come per accertarsi che tutti lo ascoltavano religiosamente; ricaricò la pipa, l'accese, indi continuò: - Come vi dissi, la nostra corvetta era giunta nei pressi della linea: fra qualche ora doveva lasciare l'emisfero settentrionale per entrare in quello meridionale.
- Il nostro mastro, rigido osservatore delle tradizioni marinaresche, si recò sul ponte di comando seguito da tutto l'equipaggio, e disse al capitano: «La linea è vicina, signore; Nettuno esige il suo tributo».
- «Vada al diavolo Nettuno e tutti i suoi tritoni» rispose lo scettico.
- Il mastro impallidì.
- «Volete chiamare la sfortuna a bordo, signore», - disse.
- «Me ne rido della collera di Nettuno, io».
- «Ma l'equipaggio...»
- «Basta così», - rispose ruvidamente il capitano. - «Sono padrone io a bordo: andatevene!»
- Salì sul ponte di comando, ordinò di sciogliere tutte le vele, perfino gli scopamari e i coltellacci, e, per colmo di spavalderia insensata, fece ammainare la bandiera, onde togliere al re del mare ogni idea che lo si volesse salutare.
- La corvetta, spinta da un buon vento, s'inoltrò verso la linea; ma, cosa strana davvero, camminava più lenta del solito, e pareva che ad ogni istante fosse lì lì per arrestarsi. I marinai sussurravano che erano i tritoni del re del mare che si aggrappavano alla carena per non lasciarla passare; ma il capitano crollava il capo e faceva aggiungere sempre nuove vele a quelle già sciolte.
- A mezzogiorno preciso la corvetta passava la linea. Quasi nel medesimo istante un fremito agitò la tranquilla distesa dell'oceano, e dalla profondità degli abissi uscì un cupo rimbombo. Poco dopo un'onda immensa sorse agli estremi confini dell'orizzonte, si distese e venne a rompersi con cupi muggiti sulla prua della nave.
- Ci guardammo l'un l'altro, stupiti e spaventati, e, parola di papà Catrame, vi era di che spaventarsi. Interrogammo ansiosamente gli ufficiali: ci dissero che, per un caso strano, un fenomeno, non so se maremoto o cos'altro, era avvenuto nel momento preciso in cui passavamo la linea. Ci credete voi? Io no, e scommetterei che non ci credevano neanche gli ufficiali, perché erano pallidi come tutti noi.
- Anche il capitano era diventato serio serio, e la sua fronte si era aggrottata; ma egli era testardo come un guascone, e non voleva credere a Nettuno, né alla potenza di questo re.
- Ed ecco ad un tratto sorgere all'orizzonte una nube, nera come il bitume. Voi non lo crederete forse; ma io, con questi occhi ho veduto che quella nube aveva tre punte acute, rassomiglianti a un gigantesco tridente. Eravamo tutti muti per lo spavento: ufficiali, marinai e mozzi erano diventati pallidissimi allo scorgere quella sinistra nube, nel cui seno guizzavano lampi sanguigni.
- Pareva che Nettuno avesse rizzato dinanzi a noi il suo immane tridente per impedirci il passo; e così doveva essere, poiché poco dopo il vento girava bruscamente al sud, soffiando di fronte a noi. Cresceva la sua violenza di minuto in minuto, poi era caldo come se uscisse dalle voragini dell'inferno, e sollevava con forza irresistibile l'oceano, alzando la gran nube, che si estendeva minacciosamente sopra il nostro capo, e conservando sempre la sua bizzarra forma.
- Dagli abissi del mare uscivano muggiti e boati profondi, il vento urlava su tutti i toni attraverso il sartiame dell'alberatura, nell'aria rombava incessantemente il tuono e lampeggiava. Talvolta tra le raffiche furiose, ci pareva di udire una voce possente che ci gridasse: «Non passa la linea chi non mi saluta!...»
- Invano il nostro capitano, che non voleva arrendersi al re del mare, comandava manovre, girava di bordo per prendere vento largo, e tentava di avanzare bordeggiando: la nave veniva respinta dalle onde e dal vento. Tre volte ripassammo la linea, e tre volte fummo ricacciati nell'emisfero settentrionale.
- Scoppiavano le vele, cedevano le manovre correnti, si piegavano come stuzzicadenti gli alberi e i pennoni, si sfondavano le murate, cresceva la paura in tutti; ma il testardo non voleva capitolare, e tornava sempre più irato alla carica, deciso di mandarci tutti a bere nella grande tazza salata, piuttosto che retrocedere.
- Parve che la fortuna sorridesse all'audace, poiché a mezzanotte, dopo dodici ore di lotta disperata, la corvetta ripassava la linea, entrando nell'emisfero australe. Ma Nettuno aveva decretato la fine del testardo comandante.
- Un'ora dopo, una montagna d'acqua rovesciava la corvetta sul tribordo. Cosa sia poi accaduto, non ho mai potuto saperlo con precisione. Mi ricordo confusamente d'aver veduto non so quante onde precipitarsi con orribile frastuono sul povero legno, di aver udito urla, invocazioni disperate, gemiti, scricchiolii, uno spezzarsi di legni, poi più nulla.
- Quando rinvenni, mi trovai nel fondo di una scialuppa, solo sul burrascoso oceano. Come ero là? Non lo seppi mai.
- La tempesta mi portò lontano lontano dal luogo del naufragio. Rimasi in mare dieci giorni, mangiando una delle mie scarpe e aprendomi due volte una vena per dissetarmi.
- Quando una nave mi raccolse, ero ridotto in uno stato da far compassione: giallo come un melone, asciutto come un'aringa, tutto pelle ed ossa. Dei miei compagni non ebbi più notizia; si sono salvati, o riposano in fondo agli abissi marini? Io lo ignoro ancora; ma se qualcuno fosse sopravvissuto a quell'orribile catastrofe, l'avrei incontrato in qualche angolo del mondo e invece nessuno mai mi apparve. Sono tutti morti: il cuore me lo dice.
Papà Catrame col dorso della mano spazzò via due lagrime che gli solcavano le incartapecorite gote, si mise la pipa in tasca e scosse malinconicamente il capo, brontolando: - Non si creda più ora al re del mare!...
- A quale re? - chiese il capitano. - A quello creato dalla vostra balzana fantasia? Non è così, mastro Catrame? Un tempo si poteva credere all'esistenza di Nettuno forse, come si è creduto all'esistenza delle sirene e a cento altre corbellerie; ma oggi no, vecchio mio. Simili storie si lasciano ai marinai vecchi e barbogi...
- Ma la corvetta...
- Una tempesta qualunque l'ha affondata, Catrame.
- Ma quell'onda immensa...
- Un maremoto, mastro mio.
- Ma quella nube...
- Una nube pur che sia. Forse che non ne hai mai vedute di quelle che hanno tre, cinque, dieci, venti punte?... Va' a dormire, papà Catrame, e lascia là Nettuno che non è mai esistito e il battesimo della linea che non è un omaggio reso al re degli abissi, ma una carnevalata inventata da allegri marinai. Va', va' e bevi il resto della mia bottiglia.
Anche durante la terza giornata papà Catrame non comparve in coperta. Voleva essere solo per frugare nei vecchi ricordi, onde prepararci una delle sue funebri leggende, o l'età gli pesava troppo sul groppone? Chi può dirlo?
Quando però alla sera lasciò la cala e salì sul ponte, mi parve che fosse di cattivo umore. Non salutò nessuno, non guardò né il mare, né l'alberatura, e non chiese se fosse accaduto alcunché di straordinario. Andò a sedersi sul suo barile, si prese il capo fra le mani e parve assopito.
Dovevamo aspettarci qualche paurosa storia, poiché il narratore non era d'un umore da farci ridere. Cosa mai ruminava nel suo vecchio cervello imbevuto di pregiudizi?
Niente d'allegro di certo, tanto più ch'egli era un vecchio triste come le leggende che ci raccontava, e fantastico come le popolazioni che vivono sotto i nebbiosi orizzonti dei mari del nord.
- Papà Catrame, - disse il capitano, - cosa ti frulla pel capo questa sera, che hai un viso da funerale?
- Sono triste, - rispose il vecchio, scuotendosi.
- Forse che il mio Cipro ti mette indosso la malinconia? Se è cosi, andrò a torcere il collo a quel birbone di musulmano che me lo ha venduto.
- Il vostro Cipro è eccellente.
- Forse che sei ammalato?
Papà Catrame scosse il capo, come per dire di no; poi alzò lentamente gli occhi e, fissandoli su di noi, disse, con voce che faceva un certo senso: - Credete voi alla campana dei morti?
Ci guardammo in viso l'un l'altro con stupore, misto a una certa paura. Di quale campana intendeva parlare il vecchio mastro?
Non rispondendo nessuno, chiese: - Avete mai udito suonare la campana sotto il mare, durante le tempeste, prima o dopo una disgrazia?
- Papà Catrame, - disse il capitano, - vaneggi, o sogni?...
- No, - rispose il vecchio con energia, - non sogno e non vaneggio; e qualcuno di voi deve averla udita qualche volta.
- Le antiche storie narrano, - diss'egli, dopo alcuni istanti di silenzio, - che durante le tempeste, le vittime del mare salgono alla superficie e suonano la campana, per chiedere ai naviganti una prece. Voi sorridete ora, perché non credete alle vecchie narrazioni marinaresche; ma aspettate un po'! Più tardi, voi tutti che mi ascoltate, crederete alla campana dei morti, perché papa Catrame l'ha udita suonare in mezzo all'ampio oceano.
- Che storia funebre dev'esser quella che ci racconterai! - disse il capitano. - Se continui di questo passo, spaventerai tanto questi miei lupicini, che al primo approdo scapperanno tutti, per non ritornare più mai sul mare.
Papà Catrame alzò le spalle, accese il suo pezzo di sigaro per umettarsi la lingua, poi cominciò la sua terza novella, fra l'attenzione generale.
- Avevo stretta amicizia con un marinaio inglese, imbarcato sullo stesso legno che io montavo. Non saprei proprio dirvi che tipo fosse: era stravagante, eccentrico come tutti i suoi compatrioti, superstizioso come una femminuccia e di umore sempre tetro.
- Parlava poco, beveva invece molto, e quando traballava, non faceva che parlare dei morti, poiché aveva sempre una lugubre idea nel cervello, quella di morire molto presto.
- Ogni volta che la nave lasciava un porto, egli veniva a bordo colle tasche completamente vuote, convinto che quello doveva essere l'ultimo viaggio. Del resto, era un eccellente camerata, con un cuore grande assai, e pagava sovente da bere ai compagni più poveri, faceva piaceri a tutti, e, soprattutto, era un bravo marinaio, rispettoso verso gli ufficiali, audace nelle tempeste e buon cristiano; poiché quantunque inglese di nascita, era irlandese di origine, e voi sapete che gl'irlandesi sono cattolici come noi.
Mastro Catrame si grattò la testa, come per fare scaturire dal cervello qualche cosa, poi disse: - Si chiamava... Aspettate un po'... la memoria si è fatta debole, e non ha mai ritenuto i nomi... Sì,... è così,... quell'originale si chiamava Morthon, un nome non allegro, come ben vedete; e forse per questo parlava sempre di morti.
- Avevamo lasciato i porti dell'America del Sud, diretti alle isole Mascarene, non ricordo più se a quella di Borbone, o a quella dell'Unione. Morthon, fedele alle sue abitudini, aveva dissipato nelle taverne del Brasile e della Repubblica Argentina tutti i suoi risparmi, ed era tornato a bordo un'ora prima della partenza, colle tasche penzolanti.
- Avevo notato però che si era imbarcato di assai cattivo umore, e che il suo viso, butterato dal vaiolo, aveva un'aria da funerale, come dovevo averla io poco fa, quando lo disse il capitano. Presentiva forse la sua imminente fine? Io lo credo, poiché quel povero marinaio non doveva più rivedere né le nebbiose spiagge della sua Inghilterra, né le verdeggianti sponde della Erinni (Irlanda).
- Un giorno, o meglio, una sera, che eravamo di quarto sul ponte, egli mi si avvicinò col viso disfatto, gli occhi strabuzzati, e mi chiese: «L'odi tu?…»
- «Che cosa?» - domandai io sorpreso.
- «Non odi proprio nulla?»
- «Nulla, fuorché il vento che geme fra il sartiame e le vele«.
- «È strano!» - disse.
- «Compare Morthon, hai sonno stasera: va' nella tua cuccia», gli dissi.
- Egli mi guardò con due occhi pieni di terrore, e si allontanò più tetro che mai.
- La sera seguente eccolo avvicinarsi ancora a me, col viso ancora stravolto e bagnato di un freddo sudore, e farmi le stesse domande. Io cominciavo a credere che il cervello di quel povero inglese si fosse guastato, e non vi feci più caso.
- Cinque sere dopo, trovandoci noi quasi in mezzo all'Atlantico australe, Morthon, che di giorno in giorno diventava più cupo e più taciturno, mi afferrò bruscamente per un braccio serrandomelo come una morsa, e trascinatomi violentemente verso poppa, mi chiese con voce affannosa:
- «Ma non l'odi tu?»
- «Tu sei pazzo, Morthon», - gli risposi. - «Quale strana idea tormenta il tuo cervello?»
- Egli mi guardò fisso, quasi non credesse alle mie parole, poi emise un profondo sospiro, come se gli si fosse levato di dosso un gran peso che gli opprimeva il cuore, e si terse il sudore che gl'inondava il pallido viso.
- «Non m'inganni tu?» - chiese dopo pochi istanti. - «Non odi proprio nulla? Ascolta bene, Catrame, ascolta attentamente».
- Mi curvai sul bordo, tesi per bene gli orecchi e ascoltai a lungo, ma nessun suono strano giunse fino a me all'infuori del rompersi delle onde. Guardai Morthon; egli mi fissava con due occhi da far paura, con un'ansietà estrema, come se dalla mia risposta dipendesse la sua vita.
- «Non odo nulla che possa spaventarti tanto», - gli dissi. - «Parla: cosa odi tu?»
- «Ho udito suonare poco fa una campana, e sono cinque sere che quei funebri rintocchi giungono ai miei orecchi», - mi rispose con voce rotta.
- Lo guardai con spavento. Un'antica leggenda marinaresca dice che, quando un marinaio ode la campana, è segno che sta per morire, poiché è la campana dei camerati che riposano nel fondo degli abissi oceanici che lo chiama. Se Morthon la udiva, evidentemente stava per morire, poiché i compagni lo aspettavano nell'umida tomba, nel regno dei coralli.
- Non volli spaventarlo, e gli dissi che era una pazzia il credere alle antiche leggende, che la sua era un'idea fissa nel cervello, e che non s'inquietasse. Non mi rispose: s'allontanò pensieroso, tetro, borbottando fra sé non so quali parole.
- Non lo rividi più per parecchi giorni. Seppi poi che si era ammalato, e che di quando in quando veniva colto da accessi furiosi. Due settimane dopo ricomparve in coperta, e appena mi vide, mi disse: «Catrame, so che sono condannato, perché la campana la odo sempre. Se morrò, ricordati di me; e quando mi getteranno in mare, recita una prece pel tuo vecchio camerata. Ma bada, Catrame! Se tu ti dimenticassi, verrei anch'io a suonarti la campana...»
- La sera stessa una violenta bufera si scatenava sull'Atlantico, nella notte Morthon cadeva dalla cima del contropappafico, sfracellandosi il cranio sui gradini del ponte di comando!... La campana de naufraghi l'aveva chiamato!...
Papà Catrame si fermò: pareva in preda ad una viva emozione, ed era diventato più pallido del solito. Afferrò la bottiglia di Cipro, ne tracannò una buona metà, come se volesse soffocare quei dolorosi ricordi, poi, con voce lenta, monotona, riprese: - All'indomani, mentre continuava a imperversare la tempesta, il cadavere del disgraziato mio camerata veniva gettato in mare, senza che si potesse recitare l'uffizio dei morti, poiché le onde non ci davano tregua e la nave correva serio pericolo. In mezzo a quella confusione non mi ricordai le ultime parole del morto, e la prece andò in fumo.
- Non pensavo quasi più a Morthon, quando la terza notte dopo la sua morte, mentre il mare era tranquillo e a bordo regnava un profondo silenzio, udii squillare in fondo agli abissi una campana.
- Credetti di essermi ingannato, e mi curvai sul bordo per meglio ascoltare. Sotto le acque io udii distintamente suonare una campana; rabbrividii, e credetti per un momento d'impazzire per lo spavento. Morthon manteneva la sua promessa!
- M'inginocchiai sulla prua della nave, e mormorai una prece per l'anima del povero inglese. Subito quel funebre suono cessò, né da quella sera più mai lo udii.
Noi rimanemmo tutti silenziosi, guardando con spavento papà Catrame, e, tendendo gli orecchi, ci pareva di udire echeggiare sotto le onde dell'Oceano Indiano la campana dell'inglese. Uno scroscio di risa ci strappò dal nostro raccoglimento.
Era il capitano che così rideva.
- Che lugubre storia! - diss'egli. - Dimmi, papà Catrame: avevi bevuto molto quella sera?
Il vecchio lanciò su di lui uno sguardo irato, poi rispose: - Nemmeno un sorso d'acqua.
- Allora sei stato ingannato, vecchio mio.
- Forse che i vostri famosi scienziati hanno trovato la spiegazione di quel funebre suono? - chiese il mastro con pungente ironia.
- Gli scienziati non c'entrano; ma la spiegazione te la darà un uomo di mare.
- Ah! - esclamarono i marinai con tono incredulo.
- Dimmi, Catrame, - riprese il capitano, - quando udisti la campana, dove si trovava la tua nave?
- Presso l'isola di Los Picos.
- Allora ti dirò che il suono veniva di là.
- Ecco una cosa che non crederò mai, signore.
- E perché?
- Perché non ci sono né chiese, né conventi colà.
- Lo so.
- E nemmeno uomini.
- Lo so.
- E dunque? Che l'abbiano suonata le rocce?
- No: le onde, - rispose il capitano con voce solenne.
- Voi mi fate impazzire! - esclamò il mastro; - non vi comprendo più.
- Catrame, - riprese il capitano dopo alcuni istanti di silenzio, - quando presso ad un'isola deserta contornata da banchi o da scogliere pericolose non vi è un faro che avverta le navi, sai che cosa si mette?
- Non lo so, - rispose il mastro brusco brusco.
- Si mette una botte galleggiante o un gavitello qualunque sospendendo a una gabbia di ferro una campana.
- Concludo: il tuo inglese era un pazzo, un maniaco che si era fisso in capo di morire, e il suono funebre che tu hai udito, veniva dalla campana collocata per ordine dell'Ammiragliato inglese presso i banchi di Los Picos, onde avvertire le navi del pericolo. Non erano né i morti né gli uomini che la suonavano, ma semplicemente le onde che scuotevano il galleggiante gavitello. Hai capito, vecchio superstizioso?
In quell'istante nel ventre del nostro legno udimmo echeggiare un campana. Ci alzammo tutti di scatto, pallidi, atterriti; papà Catrame, cadde dal barile, emettendo un grido.
Il capitano proruppe in una seconda e più clamorosa risata.
- Ecco cosa fa la paura! - disse. - Credete che sia la campana de morti, e invece è la nostra che chiama alla guardia gli uomini di quarto!... Buona sera, papà Catrame, e bada che l'inglese non venga, qui sta notte, a tirarti le gambe!
Alla quarta novella di mastro Catrame, nessun uomo dell'equipaggio si fece vivo. Tutti avevano paura delle funebri leggende di quel vecchio, tremavano ad ogni rumore che si udiva nel fondo della stiva, paventando la comparsa dei fantasmi del Caronte; impallidivano se una nave qualunque passasse all'orizzonte, nel pensiero che fosse quella dell'olandese maledetto, e trasalivano ogni volta che le onde muggivano più forte contro i fianchi del vascello, credendo di udire la campana dell'inglese o di veder comparire il re del mare.
Ne avevano fin troppo di quelle leggende, e se papà Catrame continuava su quel tono, molto probabilmente nessuno sarebbe più rimasto a bordo, appena la nave avesse toccato i porti dell'India.
Quella sera papà Catrame rimase un bel pezzo solo, seduto sul barile; ma egli non parve inquietarsi di ciò. Trasse di tasca un largo foglio di carta, prese un pezzo di carbone, scrisse alcune righe con un carattere zoppo e gobbo, ed appiccicò quella specie di cartello sull'albero di maestra.
Ciò fatto, tornò al suo barile, si accomodò meglio che poté e, accesa la vecchia sua pipa, si mise a fumare come un turco.
Tutti avevamo notato la singolare manovra del vecchio e, spinti da una irresistibile curiosità, ci avvicinammo all'albero per vedere cosa stava scritto sul foglio.
Ci volle non poca fatica a decifrare quegli sgorbi, poiché mastro Catrame scriveva come un marinaio, facendo certe aste grosse e certe code che non si sapeva dove andavano a terminare. Alla fine però riuscimmo a leggere fra la più alta meraviglia la seguente bizzarra dicitura: «Come una croce di Salomone facesse diventare mastro Catrame re di un'isola!»
- Cosa significa quella roba li? - chiese un gabbiere.
- Perbacco! - esclamò il capitano. - È il titolo della novella di stasera.
- Come! Papà Catrame è stato re?... - esclamarono tutti.
- Lo dice lui.
- Che storia è mai questa?
- E c'entra una croce di Salomone!
- Papà Catrame è impazzito!
- L'inglese gli ha tirato le gambe e la paura gli ha sconvolto il cervello.
- Silenzio! - esclamò il capitano con tono imperioso. - Non si giudicano le persone prima dei fatti... Marche! Andiamo a udire la novella del vecchio lupo!...
Quando papà Catrame ci vide tutti intorno seduti dinanzi al suo barile, ci guardò con un sorriso di compiacenza e si stropicciò allegramente le mani. Senza dubbio era contento della sua trovata originale per farci accorrere.
- Tu, papà Catrame, ci prometti stasera una storia meravigliosa - disse il capitano, - e pare che questa volta non c'entrino né vascelli fantasmi, né morti che suonano le campane. Se ci farai stare allegri ti prometto non una, ma sei bottiglie di vino di Spagna, di quello che fa andare in solluchero gli uomini della tua età.
- Sarò allegro, - rispose il mastro con un sorriso sardonico.
- Niente leggende dunque, stasera?
- La leggenda entra sempre nelle mie narrazioni.
Il capitano fece una smorfia di malcontento; ma papà Catrame lo rassicurò con un gesto.
- Se fosse una storia sinistra, non sarei qui a raccontarla, - disse. - Toccò a me; ma sebbene abbia corso un brutto pericolo e per poco non sia stato messo allo spiedo come un capretto, non è punto paurosa.
- Apri per bene il becco e canta, vecchio mio.
- Le trombe! - esclamò mastro Catrame. - Ecco un fenomeno che fa raddrizzare i capelli ai più vecchi e ai più audaci marinai, che fa impallidire i capitani e gli ufficiali e quasi morire di paura i passeggeri che si avventurano sull'oceano.
- Chi di noi non ha tremato di spavento all'avvicinarsi di quelle colonne d'acqua turbinose, che sconvolgono il mare, che abbattono quanto incontrano sul loro passo, che travolgono le navi più gigantesche, sollevandole come semplici pagliuzze, per poi cacciarle rotte capovolte in fondo agli abissi? Chi non...
- Olà! papà Catrame, - disse il capitano interrompendolo. - Cosa c'entrano le trombe colla croce di Salomone, il tuo regno e il tuo spiedo?
- Un po' di pazienza, signore.
- Lascia le trombe marine e tira avanti, dunque. Tutti le conosciamo, perbacco!
- Voi forse avrete udito parlare del tremendo naufragio dell'Albert nell'Oceano Pacifico, parecchi anni or sono, al 14° di latitudine sud e al 204° di longitudine est.
- Lo udii narrare quando ero ragazzo, - rispose il capitano. - So che fu sollevato da una tromba marina e poi cacciato a fondo.
- Sapete per quale motivo si perdette?
- No! - esclamarono tutti.
- Per una croce di Salomone che il mastro di bordo non ebbe il tempo di fare.
- Oh! - esclamarono i marinai con tono incredulo, mentre il capitano rideva a crepapelle.
- Ascoltate e poi giudicate, - aggiunse mastro Catrame imperturbabilmente. - Come vi sarete già immaginato, io facevo parte dell'equipaggio dell'Albert, un grande veliero che batteva bandiera inglese e che era destinato al trasporto degli emigranti dal Celeste Impero nella California.
- Avevamo già attraversato quattro volte il grande oceano e, quantunque poche volte lo avessimo trovato degno di chiamarsi Pacifico, pure nulla di grave ci era mai toccato. Durante il quinto viaggio, nei pressi dell'arcipelago dei Navigatori, che si chiama anche di Samoa, ecco un furioso uragano assalire la nostra nave.
- Si lotta disperatamente per non venire trascinati verso una delle tante isole che ingombrano quel grande mare, sapendo che erano popolate da certi brutti musi color cioccolatta e regolizia, i quali hanno la brutta abitudine di cacciare nella pentola o di mettere allo spiedo quei disgraziati che il loro buon padre - l'oceano - spinge sulle loro spiagge. Tutti i nostri sforzi riescono vani. La nave traballa come un marinaio che ha bevuto tre bottiglie di rhum, si rovescia ora sul babordo ed ora sul tribordo, imbarcando vere montagne d'acqua; i suoi alberi oscillano come fossero per andare in pezzi; la prora, percossa sempre più furiosamente, comincia a fendersi, e l'oceano fa la sua comparsa nella stiva.
- Si poteva ancora sperare; ma no, ché il diavolo volle metterci anche lui la coda. Erano le quattro pomeridiane, non un minuto di più né di meno, quando vedemmo staccarsi dalla massa delle nubi una specie di cono. A poco a poco si allunga, si raccorcia, poi torna ad allungarsi, come se venisse attirato da una forza misteriosa.
- Sotto a quella specie di tromba il mare si alzava a spaventosa altezza, poi ricadeva, formando una specie di vortice, indi tornava ad alzarsi come se avesse una voglia matta di stringere la mano a quel pezzo di nube.
- Quel brutto gioco durava da dieci minuti, quando finalmente mare e nube si unirono. Ecco la tromba formata, ma quale tromba! Era una colonna grossa quanto un'isola; la nube aspirava il mare con furia estrema, il vento la portava con un moto rotatorio vertiginoso e la spingeva addosso a noi che non eravamo più in grado di evitarla, poiché il timone si era spezzato e tutte le nostre vele erano ridotte a pochi brandelli...
Papà Catrame si fermò per riprendere lena e per vuotare un altro bicchiere di Cipro; poi, guardandoci fissi, ci chiese bruscamente:
- Credete voi all'efficacia della croce di Salomone?
- Sì, - risposero alcuni.
- No, - dissero altri.
Il capitano invece si strinse nelle spalle e sorrise beffardamente.
- Allora dirò, a quelli che non credono, che non hanno mai provato a fare una croce di Salomone dinanzi a una tromba marina, poiché, se l'avessero fatta, avrebbero veduto la terribile colonna d'acqua rompersi all'istante, - disse mastro Catrame con un tono cattedratico. - Credete voi che i nostri vecchi non abbiano spezzato delle trombe, per insegnare a noi questo mezzo infallibile? Ora si dice che vi sia un altro mezzo. Ma che! È la croce che ci vuole, e ve lo dice papà Catrame!
- L'ho veduta fare non una, ma dieci, venti, cinquanta volte, e la tromba si è rotta sempre prima di giungere addosso alla nave, oppure ha girato al largo. Bastava che il più vecchio marinaio di bordo si recasse a poppa, tracciasse la magica croce o sul coronamento o sulla ribolla[8] del timone e la colonna roteante si sfasciava.
- Ma basta; ripigliamo la narrazione, o non la finirò prima di domani mattina. Aspettate un po'!... ah sì! per mille boccaporti!... È proprio così: la tromba si avvicinava con rapidità vertiginosa e noi ci trovavamo nell'assoluta impossibilità di evitarla. Bisognava adunque tracciare subito la croce, o per noi era proprio finita.
- Il nostro mastro o bosmano, come lo chiamano i marinai d'oltre Manica, un vecchio di non so quanti anni, per la prima volta in vita sua perde la flemma e la rigidità della sua razza, e corre, anzi vola verso poppa per tracciare sul coronamento la magica croce. Ma anche in questo disgraziato viaggio, ecco messer Belzebù che ci mette la sua coda, e il povero bosmano scivola rompendosi la testa.
- La tromba, non più frenata dalla potenza misteriosa della croce, ci piomba addosso, ci investe, ci alza in aria. Se dovessi dirvi cosa ho veduto e provato in quel momento, vi giuro che non saprei farlo nemmeno oggi.
- Ho udito un frangersi di legnami, un laceramento di vele, poi fischi strani, muggiti orribili, e ho veduto turbinare la nave fra il mare e le nubi, in mezzo a una immensa colonna d'acqua. Mi sono sentito sollevare a prodigiosa altezza, poi mi sono trovato, non so ancora come, sotto le onde. Quando tornai a galla non vidi più né la tromba, né la nave, né i miei compagni; però tutto all'intorno galleggiavano, urtandosi furiosamente, pezzi di fasciame, pezzi d'alberi, antenne, casse, botti e non so quanti altri oggetti.
- La catastrofe era completa; l'Albert era stato inghiottito dalla tromba marina, dopo di essere stato disarticolato dalla violenza dell'acqua.
- Ero io l'unico superstite di quel tremendo naufragio, o qualche altro si trovava presso di me? Pel momento non riuscii a saperlo, poiché nessuna voce umana rispose alle mie disperate grida. Più tardi però, un anno o due dopo, appresi con gioia che parecchi miei compagni si erano miracolosamente salvati e fra loro anche quel disgraziato bosmano, unica causa della perdita dell'Albert. Ah! se quel malaugurato inglese non avesse avuto tanta fretta, forse sarei ancora a bordo di quel magnifico veliero e chissà con quale paga!...
Papà Catrame mandò un sospirone lungo quanto la gomena di un'ancora, che mise in allegria tutto l'uditorio, prese animo mandando giù una mezza bottiglia che il camerotto[9] gli porgeva, si pulì le labbra col dorso della mano e continuò la narrazione.
- Vi confesso che avevo indosso una grande paura nel trovarmi solo sull'immenso oceano, in balìa delle onde che mi cacciavano in corpo non so quanti bicchieri d'acqua, facendomi sternutare come chi fiuta tabacco per la prima volta. E avevo maggior paura sapendo di trovarmi in paraggi abitati da non pochi di quei divoratori di marinai che si chiamano pescecani. Non volevo però morire prima di lottare e disputare la mia pelle alle onde, dibattendomi come il diavolo nell'acqua santa.
- Dopo di aver errato una buona mezz'ora, ora spinto innanzi, ora indietro, ed ora sballottato con molto poca gentilezza, raggiunsi finalmente un rottame dell'Albert. Era un pezzo della nostra cucina, la coperta se non m'inganno, e mi faceva molto comodo, tanto anzi che mi vi sdraiai sopra e, non lo crederete, mi addormentai d'un sonno così profondo che vi assicuro non mi avrebbe svegliato nemmeno la gran campana di Pechino.
- Figuratevi quale fu il mio stupore quando, riaperti gli occhi, mi trovai non più sul tetto della mia cucina, non più sull'oceano, ma mollemente disteso sopra la fresca erba, all'ombra di superbi alberi che avevano foglie lunghe un paio di metri, non so più se fossero cocchi artocarpi o areche; ma ciò poco conta.
- Mi levai a sedere credendomi lo zimbello d'un sogno, e solo allora mi accorsi che ero circondato da trenta o quaranta brutti musi, color del pepe e della cioccolatta, nudi come Adamo, cioè no, poiché portavano un anello infilato nel naso, e sul capo due o tre penne d'uccelli del paradiso.
- Vedendomi ancor vivo, quei furfanti sbarrarono certe bocche da mettere i brividi. Pareva che loro si aprisse mezza la testa d'un sol colpo, e mostravano certe file di denti da fare invidia a un coccodrillo. Ridevano come pazzi battendosi il ventre con ambe le mani, e si stropicciavano l'un l'altro il naso con tale energia da allungarlo mezzo palmo.
- Credetti di venire colto dalla febbre terzana, e ne avevo ben il motivo, non ignorando che quegli allegri messeri hanno la brutta abitudine di mangiare i naufraghi, e mi pareva di sentirmi precipitare in un pentolone a bollire colla salsa verde o di sentirmi passare attraverso il corpo un immane spiedo.
- Vi giuro che in quel momento mandai di cuore alla malora quel furfante di bosmano, causa unica di tutte le mie disgrazie, poiché se quella benedetta croce...
- Sappiamo il resto, papà Catrame, - interruppe il capitano. - Lascia lì la croce di Salomone e tira innanzi, che sono curioso di sapere come finì il tuo regno.
- Ripiglio il filo, - disse il mastro. - La mia paura durò pochi minuti, poiché colla più grande sorpresa vidi quei selvaggi, che a prima vista avevo scambiato per antropofaghi voracissimi, usarmi mille sorta di cortesie. Gli uni mi strofinavano le membra, gli altri mi rinfrescavano con certi ventagli di foglie o mi offrivano frutta o venivano a strofinare il loro naso contro il mio in segno di amicizia, usando gl'isolani del Pacifico salutarsi in questo bizzarro modo.
- Quando mi videro tranquillo e sazio, con cenni mi invitarono a seguirli e mi condussero in un grande villaggio, dalla cui popolazione venni accolto con grandi dimostrazioni di gioia. Colà mi posero in capo una corona di piume, mi passarono nel naso un anello di rame e mi condussero finalmente in una comoda capanna, facendomi capire che d'ora innanzi io ero il loro re!
- «Corbezzoli!» - esclamai. - «Mai marinaio fu così fortunato!»
- Più tardi però dovevo accorgermi che specie di fortuna era quella toccatami! Mi sento ancora venire i brividi, tutte le volte che ci penso.
- Ma non divaghiamo. Eccomi adunque re di quell'isola in causa di quella disgraziata croce. I miei sudditi si facevano in quattro per portarmi i prodotti più succulenti della terra e del mare. Nella mia capanna piovevano tutte le mattine pesci d'ogni specie, maialetti arrostiti con certe radici appetitose, frutta squisite e vasi ripieni d'una specie di birra assai piccante. Figuratevi se papà Catrame, che è sempre stato un gran divoratore, come lo sono in generale tutti i marinai, non approfittava di tanto ben di Dio! Mangiavo come un lupo tre colazioni al mattino, due pranzi nel pomeriggio e tre o anche quattro cene durante la notte. In capo ad un mese ero diventato tanto grasso che dovetti far allargare la porta della mia regale dimora e rifare quattro volte il mantello di tela di gelso regalatomi dal mio popolo.
- Non esito a credere che sarei diventato grosso come un elefante o per lo meno quanto un rinoceronte, se avessi continuato quella vita beata; ma così non doveva avvenire.
- Un bel mattino, anzi un brutto mattino, ricevo la visita di sei grandi dignitari, sei capi valorosi, ma anche maestri di gastronomia, a quanto seppi poi. Credetti che venissero a trovarmi per affari riguardanti il mio regno, anzi mi ero messo in capo l'idea che venissero a trattare il mio matrimonio con qualche bellezza color regolizia, onde la mia dinastia non si spegnesse con me; ma indovinate quale fu la mia meraviglia quando li vidi avvicinarsi con certe facce sospette, che tradivano un'ardente bramosia, ed esaminarmi con profonda attenzione, palpandomi le braccia e le cosce. Li udii discorrere tra di loro in una lingua che non conoscevo, poi mi fecero un profondo inchino e se ne andarono.
- Rimasi perplesso, non sapendo a cosa attribuire quella accurata visita. Credetti che i miei sudditi avessero paura che io non mangiassi abbastanza e che deperissi, sicché quel giorno feci sei colazioni, quattro pranzi e cinque cene. Ahimè! dovevano essere le ultime!
- Alla sera, mentre stavo digerendo tranquillamente la mia quinta cena, ecco tornare i sei visitatori accompagnati dal cuoco di corte e sottopormi ad un'altra minuziosa visita. Quand'ebbero terminato se ne andarono con un nuovo e più rispettoso inchino: mentre però uscivano, udii queste misteriose parole:
«È fissato per domani! Siamo intesi!»
- Cominciai a pensare seriamente. Cosa c'entrava il cuoco di corte? Quell'uomo non era un alto dignitario e avevo ben diritto di offendermi di quella mancanza di etichetta. E poi, a che intendevano di alludere con quel «a domani»? Diventai inquieto e andai a cercare il mio primo ministro.
- Lo trovai in cucina occupato a far pulire un pentolone così grande da contenere due uomini!...
- Potete immaginare se rimasi stupito. Come mai il mio primo ministro si occupava del vasellame di cucina?
- «Kara-Olo!» - esclamai con severo cipiglio. - «È così che voi curate gli affari dello Stato? Poffare! un ministro che fa lavorare i guatteri!... Vergognatevi, pezzo d'asino!...»
- «Maestà», diss'egli umilmente. - «Procuro che tutto sia pronto pel grande banchetto di domani».
- «Un banchetto?» - esclamai. - «Forse che il mio popolo intende di offrirmi un pranzo nazionale?»
- Questa volta fu Kara-Olo che mi guardò con sorpresa.
- «Ma siete voi che date il pranzo alla popolazione!» - esclamò.
- «Io!...»
- «Ma sì, maestà», - rispose candidamente il mio primo ministro. - «Siete abbastanza grasso, e stavo misurando questa pentola per assicurarmi se era capace di contenervi!...»
- Compresi tutto fin troppo! Si stava per mangiare il re, Catrame I! Era per questo che mi avevano portato tante e tante ghiottonerie! Rimasi un bel pezzo senza respirare e senza muovermi. Io scommetto che in quel momento dovevo essere bianco come un gabbiano e che, se mi avessero aperta una vena, non sarebbe uscita una sola goccia di sangue.
- Mi trascinai nel mio appartamento, bagnato da capo a piedi d'un gelido sudore. Non so quante ore rimasi accasciato sul mio trono. Quando tornai in me, la notte stava per andarsene, ma un silenzio assoluto regnava ancora nel mio villaggio. Avevo preso una risoluzione disperata.
- Presi un pennello tinto di nero e vergai, con mano abbastanza sicura, queste parole sulla parete della mia regale dimora:
RINUNCIO AL TRONO: MANGIATE IN MIA VECE IL MIO PRIMO MINISTRO. - CATRAME I
- Diedi un pugno alla mia corona, aprii il mio coltello da marinaio, che avevo gelosamente conservato, infilai la porta, attraversai il bosco e, giunto sulla riva del mare, balzai in una canoa, abbandonando senza rimpianto il mio regno e i miei sudditi.
- Otto giorni dopo venivo raccolto da un bastimento danese. La paura di venire raggiunto e messo a cuocere nella salsa verde e la fame m'avevano ridotto in così breve tempo a pelle ed ossa.
- Se i miei ex sudditi mi avessero veduto, non so di quanto si sarebbero allungati i loro nasi.
E così, - disse il capitano, - tu, papà Catrame, per una croce di Salomone non fatta sei diventato re. Bella fortuna, perbacco!...
- Tanto bella, signore, - rispose papà Catrame con gravità, - che vi avrei regalato la mia corona col massimo piacere.
- Sarei almeno diventato grasso.
- Per ingrassare poi i vostri sudditi. Buona notte: torno nella mia cala!...
- Un momento, Catrame.
- Desiderate, capitano?
- Darti un consiglio. Quando vedrai una tromba marina, lascia andare la croce di Salomone, che è stata inventata per gli sciocchi o per i superstiziosi, e fa' sparare un colpo di cannone; senza palla, se così ti piace. Basterà la detonazione per romperla: te lo assicuro io. Buona notte, Catrame, primo ed ultimo!
La quinta sera l'ex re dei selvaggi non comparve in coperta. Era risalito all'ora del pranzo, aveva divorato la sua razione con un appetito da vecchio pescecane, poi, vedendo che il mare era sempre tranquillo e il vento costante, si era rintanato, portando con sé una grossa provvista di biscotti e gli avanzi del pasto.
L'equipaggio, che ci prendeva gusto a quelle narrazioni più o meno fantastiche, si era radunato per tempo attorno al barile, disputandosi i primi posti; ma papà Catrame non si fece vivo. Era ammalato, oppure aveva alzato un po' troppo il gomito? Non lo si poté sapere, poiché il vecchio orso mai ce lo disse, e il camerotto, che mandammo nella cala per vedere e saperci riferire qualche cosa, tornò in coperta con la faccia pesta da una ciabatta tiratagli contro.
Aspettammo fino alle nove, poi fino alle dieci, ma invano. Alcuni, malgrado il superstizioso terrore che ispirava quello strano vecchio e la brutta accoglienza toccata al camerotto, ardirono scendere in fondo alla stiva; ma non ci seppero dire altro che l'orso marino russava come un tasso, anzi come un contrabbasso scordato.
Il capitano, che voleva molto bene al suo mastro e che chiudeva uno e anche tutti e due gli occhi sulle originalità di lui, ordinò che per quella sera lo si lasciasse tranquillo.
- Avrà la lingua stanca, - diss'egli ridendo. - Perbacco! Ha parlato più in queste sere, che in tutta la sua vita.
Tutti obbedirono, ma un vivo malumore regnò a bordo e gli uomini di guardia si annoiarono mortalmente, specialmente quelli del primo quarto, che si erano abituati a passarlo dinanzi al barile del vecchio marinaio.
L'indomani papà Catrame riapparve in coperta all'ora del pasto; ma anche questa volta si portò via gli avanzi e andò a celarsi in fondo alla cala. Giunta la sera, non diede segno di vita.
- Ah! briccone! - esclamò il capitano. - Che il furbo creda di aver terminata la sua pena? Olà! Due uomini scendano nella cala e dicano al mastro che, se non viene a sciogliere la lingua, lo passo ai ferri per gli altri otto giorni. Andate!
Dieci minuti dopo papà Catrame era nuovamente seduto sul suo barile, circondato da tutto l'equipaggio, ansioso di udire la quinta novella.
Il mastro era di umore cattivo e certo aveva obbedito pel solo timore che il capitano facesse eseguire alla lettera la minaccia di passarlo ferri. Non dovevamo aspettarci quindi una allegra storiella; lo leggevamo negli occhi del narratore.
- È pronta la tua lingua? - chiese il capitano, assumendo un'aria arcigna.
Papà Catrame fece un gesto affermativo.
- Parla adunque!
Il mastro curvò la testa sul petto per concentrarsi, mentre attorno lui si faceva un religioso silenzio; frugò e rifrugò nel suo cervello alcuni minuti, poi socchiudendo gli occhi grigi ci chiese:
Avete mai fatto voi un viaggio nelle regioni polari?
Nessuno rispose, eccettuato il capitano che borbottò un sì.
- Comprendo, - riprese papà Catrame con ironia. - A nessuno di voi garba sfidare i freddi intensi del polo artico o antartico. Bei marinai, perbacco! Le costipazioni vi hanno fatto paura!... Là... là!... i marinai moderni tremano dinanzi ad un orso bianco e non osano affrontare i fantasmi polari!... I fantasmi del polo!... Ecco il titolo della mia quinta novella, e se non vi garba, buona notte a tutti e vado nella cala.
- Adagio, papà Catrame, - disse il capitano - Questa sera non andrai a dormire nella tua tana prima di averci narrata la quinta novella, a meno che tu non preferisca di dormire colle manette. Orsù, fantasmi o folletti, orsi o lupi, tira innanzi, ché tutti ti ascoltiamo. Ehi, camerotto, versa un buon bicchiere al nostro narratore e recagli una dozzina quei grossi sigari di Manilla, affinché cessi il broncio e ci mostri un viso un po' più da cristiano. Diamine! Hai una cera da turco questa sera, mio caro orso marino.
Il vecchio mastro, che era di umore assai nero, si rabbonì un po'; vuotò con visibile soddisfazione l'eccellente Cipro del capitano, e diede fuoco a uno di quei deliziosi sigari, inghiottendo ed eruttando vere nubi di fumo.
- Il polo artico! - riprese egli. - Chi non si sente correre un brivido nell'avvicinarsi a quell'oceano misterioso, coperto di immensi campi di ghiaccio, scintillanti ai sanguigni riflessi dell'aurora boreale e coperti da quei pesanti e diacciati nebbioni, che pare si aprano a stento dinanzi all'affilato sperone delle navi? - È là, in quelle solitudini desolate, dove non cresce una pianta sulle gelide isole, che si stende una notte non interrotta di sei mesi; è di là che si staccano quegli immensi campi di ghiaccio che le correnti portano fino sulle coste della Norvegia e su quelle della Scozia e dell'Irlanda; là dove gelano il vino, il petrolio, l'acquavite, il cognac e perfino il mercurio, e non soltanto i nasi, ma le mani e i piedi ai disgraziati marinai che si avventurano fra quelle alte latitudini o spinti dall'avidità del guadagno o dall'amore per la scienza o dalla potente curiosità di sollevare il velo che si stende attorno a quel punto misterioso che si chiama polo; è là infine dove si vedono talvolta delle ombre giganti errare fra i nebbioni e le nevi, che appariscono animali immensi dalle forme strane e fantasmi enormi che passano a fianco delle navi e dinanzi agli occhi degli atterriti equipaggi; che si odono fra i fischi del vento boreale urla, muggiti orribili, scrosci spaventevoli che nessuno saprà mai da quali creature sono emessi, ma che le leggende dei popoli nordici attribuiscono ai maghi che circondano il punto misterioso, quel punto che costò la vita a tanti marinai di tutte le nazioni del mondo e che ora dormono il sonno eterno sotto i campi di ghiaccio, nel seno di quell'oceano spaventevole.
- Cospettaccio! - esclamò un giovane gabbiere. - Mi fate venire la pelle d'oca, papà Catrame! Che racconto lugubre!...
Il vecchio orso fece intendere un grugnito minaccioso e agitò nervosamente le braccia. Se il gabbiere fosse stato più vicino, avrebbe sentito quanto erano pesanti le sue mani.
- Asino! - brontolò il vecchio. - Se m'interrompi ancora, t'insegnerò io a rispettare il tuo mastro. O che! sono diventato io il tuo buffone forse?... Ventre di balena! Se...
- Ohè, papà Catrame, basta! - disse il capitano. - Questa sera pizzichi troppo. Ripiglia il filo; e voi... silenzio, o vi faccio fare un bagno.
L'imprudente gabbiere si ritirò lestamente dietro all'albero cogli occhi bassi; ma l'irascibile mastro brontolò due buoni minuti prima di riprendere la sua disgraziata narrazione.
- Dovete sapere adunque, che avevo preso imbarco su di un brigantino, il quale aveva per scopo di esplorare non so quali isole dell'Oceano Artico, onde rintracciare gli avanzi di due navi colà perdutesi assieme agli uomini che le montavano e ad un ammiraglio che le guidava verso il polo.
- Forse l'ammiraglio Franklin? - chiese il capitano, che era diventato assai attento.
- Mi pare che si chiamasse appunto così, - rispose papà Catrame.
- Allora voi andavate in cerca dell'Erebo e del Terror o degli avanzi di queste navi.
- Sì, sì, le chiamavano appunto così, - disse il mastro, dopo alcuni istanti di riflessione. - Ma ciò non importa, tanto più che non abbiamo trovato né l'una, né l'altra, e che siamo tornati a casa mezzo morti dal freddo, tutti ammalati di scorbuto, cioè non tutti, poiché due o tre sono stati portati via dai fantasmi del polo.
Il capitano proruppe in un'allegra risata.
- Ridete! - esclamò papà Catrame colla più alta meraviglia. - Forse che voi non avete mai udito parlare di quei fantasmi giganteschi? Tutti i marinai che si sono avventurati fra quelle gelide e desolate regioni li hanno veduti, e anche i marinai che non hanno mai messo piede al di là del circolo artico lo sanno, poiché i popoli nordici ne parlano da secoli e secoli.
- Lo so, - rispose il capitano ridendo sempre, - anzi dirò che anch'io ho veduto dei mostri immensi, dei fantasmi spaventevoli e molte cose ancora.
- E non credete?
- Continua ora la tua narrazione; udiamo cosa dicono i marinai di quelle apparizioni paurose.
Mastro Catrame crollò il capo con una mossa che fece ridere tutti, facendo nel medesimo tempo un gesto di commiserazione per l'incredulità del suo capitano, poi riprese lentamente:
- Lasciato il porto di Liverpool, ci dirigemmo verso il nord, e il vento fu così favorevole che ventidue giorni dopo ci trovavamo in un mare assai vasto, che i geografi hanno voluto chiamare baia di Baffin. Guardate un po' se un mare si deve chiamare baia!... Eppure è così, non sarò certamente io che rimetterò le cose a posto.
- Ma lasciamo questa questione e tiriamo innanzi a gonfie vele. Non so dirvi con precisione dove la nostra nave si trovasse, quando una sera calò sul mare un nebbione così fitto che gli uomini di poppa non riuscivano a distinguere un oggetto qualunque posto un palmo al là del loro naso, e quelli di prua a discernere la scotta[10] della trinchettina, che pure, come voi tutti sapete, viene a legarsi sulla murata prodiera.
- Fino allora l'equipaggio aveva affrontato i freddi e i ghiacci con molto coraggio, nulla di straordinario essendo accaduto durante quel primo mese di navigazione; ma quella sera una inquietudine generale regnò a bordo, essendosi sparsa la voce che noi andavamo in cerca di due equipaggi morti in mezzo a quei deserti di neve. I vecchi marinai, sia perché erano spaventati o perché volevano provare il coraggio dei giovani, diedero la stura alle lugubri leggende polari, narrazioni paurose che facevano venire altro che la pelle d'oca, come disse poco fa il gabbiere. Nani e giganti venivano a galla a centinaia, insieme coi mostri orrendi che abitano gli abissi boreali, genî del mare cattivi e buoni, dalle lunghe barbe e coperti di pelli dal lungo vello; poi i marinai morti in quelle regioni, che vagavano fra i nebbioni, e chi più ne sa, più ne metta.
- Comunque sia, al calar di quel nebbione, un certo terrore si manifestò fra l'equipaggio poiché le antiche leggende nordiche dicono che è allora appunto che appariscono i maghi, i naufraghi e i mostri. Io però, che ero un po' incredulo, mi tenevo tranquillo e altro non cercavo che di riscaldarmi con dei buoni bicchieri di brandy e di gin, liquori che abbondavano a bordo del veliero americano. La nebbia intanto continuava a calare sempre più densa, sempre più pesante, come se volesse schiacciarci, e in mezzo a quell'oscura atmosfera si udiva il vento fischiare e ululare sopra le nostre teste, fra gli alberi, i pennoni e i cordami; sul gelido mare echeggiavano di tratto in tratto dei sordi fragori, e delle larghe ondate venivano a rompersi con lunghi muggiti contro i fianchi della nostra nave.
- Io credo che fossero ghiacci che si capovolgevano; ma i marinai, il cui spavento cresceva di minuto in minuto, sussurravano che erano i morti delle due navi naufragate o i maghi del polo o i re marini.
- Vi confesso che nel vedere quel nebbione diventare sempre più fosco, nell'udire continuamente quei fragori e quegli ululati, cominciavo anch'io a provare qualche cosa di più dell'inquietudine e che certi momenti sentivo il cuore diventarmi piccolo piccolo.
Poco dopo la mezzanotte, ecco apparire improvvisamente, attraverso quel freddo e pesantissimo nebbione, come una luce sanguigna che balenava or qua e or là, diventando talora intensa e talvolta diminuendo bruscamente, come se fosse lì per spegnersi. Cosa era? Io non ve lo saprei dire, quantunque il nostro capitano ci assicurasse che doveva essere un'aurora boreale che appariva al di là del nebbione. Io però stento anche ora a crederlo, poiché, qualunque cosa dicano i signori scienziati, non ho mai veduto un'aurora di quella specie, la quale si muoveva come se avesse indosso la tarantola.
- Ah! papà Catrame! - esclamò il capitano.
- Aspettate, signore, - rispose il mastro serio serio. - Quantunque quella luce color del sangue facesse su tutti noi un certo effetto, non ci spaventammo troppo, essendo sempre assai lontana, o almeno pareva che lo fosse. Ma il brutto venne dopo.
Mi ero recato a poppa per accendere la mia pipa, quando udii un grande chiasso alzarsi a prua, cioè chiasso precisamente no, perché erano grida di terrore.
- «Capitano! capitano!» - gridavano gli uni.
- «Si salvi chi può!» - vociavano gli altri.
- «I leoni!... gli elefanti!... i mostri del mare!...»
- Corsi verso prua e vidi uno spettacolo che mai non scorderò, dovessi vivere per tutta l'eternità.
- Su di una costa dirupata, che la luce misteriosa tingeva pure di rosso, vidi avanzarsi verso il mare un mostro enorme, alto almeno dieci metri, con una coda immensa, la cui estremità spazzava la neve, e una bocca così vasta da mangiare due uomini in un sol boccone. Dietro a quello ne vidi parecchi altri, tutti enormemente grandi, galoppare con balzi giganteschi verso di noi e schierarsi sulla spiaggia. Li contai: erano tredici, notate bene, tredici!
- Eravamo tutti istupiditi dallo spavento, pallidi come cadaveri, coi capelli irti e gli occhi sbarrati e senza voce. Che specie di mostri erano quelli? Erano forse i giganteschi animali che si ritrovano in quasi tutte le leggende dei popoli nordici, oppure d'altra specie e più voraci? Io so che al polo o nelle terre che lo circondano vivono orsi bianchi, lupi, volpi, buoi muschiati; ma ignoravo che vi fossero altri animali, e di quella grandezza poi!...
Il mastro guardò il capitano per vedere quale viso facesse, e noi pure lo guardammo: egli rideva tranquillamente!
- Non mi credete? - chiese il vecchio mastro, lasciando andare un poderoso pugno sull'orlo del barile. - Non ero ubriaco io!...
- Ti credo, papà Catrame, e sono anzi certo che tu hai veduto coi tuoi propri occhi quei mostri: ma continua e lascia che io rida a mio comodo.
- Ventre di foca!...
- Non irritarti, orsaccio; tira innanzi.
- Quegli animalacci si fermarono alcuni minuti sulla sponda, guardandoci e agitando le loro smisurate code, come se si sentissero spinti dal desiderio di gettarsi contro la nave e divorarci tutti, cosa poco difficile davvero per quelle bocche immani; poi, non so se avessero preso paura di qualche nuovo animale più potente o d'altro, fecero un dietro fronte e scomparvero con fantastica rapidità in mezzo alla sanguigna atmosfera.
- Non saprei dire quanto tempo rimanemmo senza essere capaci di pronunciare una sola parola, tanto era lo spavento che ci aveva invasi. Supplicammo il capitano di allontanarsi da quella costa, temendo un improvviso ritorno di quei mostri, assicurandolo che dovevano averceli mandati i maghi che vegliano attorno al polo; ma egli si strinse nelle spalle e minacciò di metterci ai ferri se parlavamo ancora di simili corbellerie!... Corbellerie, le chiamava lui!... Ventre di foca!... Se quegli animali avessero posto piede sul ponte, chi sa che pasto avrebbero fatto di noi tutti. Già, si sa, gl'increduli ci sono sempre stati, e quelli lì non prestano fede alle leggende del mare.
- Ma i maghi del polo non dovevano tardare a dare una smentita a quel signor capitano, dimostrando a fatti la loro esistenza e l'immane loro possa.
- Infatti una mezz'ora più tardi, in mezzo a quella luce che balzava ad ogni istante dal Nord-Ovest al Nord-Est, con delle vibrazioni strane, come se dietro di essa soffiasse un vento impetuoso, ecco apparire improvvisamente due barche immense, lunghe almeno cinquanta metri, montate da due giganti alti più di trenta braccia, i quali tenevano in pugno due smisurati remi a doppia pala. Avevano le membra coperte da lunghi peli, un cappuccio villoso avvolgeva la loro testa e sul dinanzi di quelle barche colossali si ergeva una specie di rampone da balenieri; ma che rampone!... Scommetterei che misurava almeno quaranta metri e che la sola punta pesava un mezzo quintale.
- Si avvicinarono alla nostra nave, che era immobile in mezzo al fitto nebbione, poi si arrestarono a cinque o seicento metri. Si scambiarono dei cenni, additandosi il nostro legno, indi tracciarono nell'aria dei segni misteriosi, e ci gridarono per tre volte, con una voce che pareva il ringhio d'un animale irritato: Tombok! tombok! tombok!...
- Io non so che cosa significassero quelle parole, e nessuno mai lo seppe; ma certo era un ordine perentorio di tornare indietro, se non volevamo seguire sotto i ghiacci eterni dell'oceano polare i disgraziati equipaggi delle due navi comandate dall'ammiraglio inglese.
- Vedendo che la nave non si muoveva e che, allibiti dallo spavento come eravamo, non pronunciavamo parola, alzarono simultaneamente i loro immensi ramponi e diressero le acute punte contro di noi. Guai se li avessero lanciati! Io sono persuaso che avrebbero passato da parte a parte i fianchi corazzati del veliero colla massima facilità.
- Fu quello un terribile momento per tutti noi; eravamo come inchiodati sul ponte e, per quanti sforzi facessimo per fuggire, una mano misteriosa ci tratteneva là, ai nostri posti; volevamo gridare, ma le nostre lingue pareva che fossero ingommate al palato e non emettevano che dei suoni inarticolati.
- Il capitano, che era il solo che non provasse quella strana emozione e quella specie di paralisi che aveva colpito le nostre membra e la nostra lingua, vedendo le minacciose mosse dei due giganti, trasse una pistola e fece fuoco.
- Allora accadde un fenomeno curioso e insieme spaventevole. Il colpo di pistola parve ai nostri orecchi che fosse forte come lo scoppio d'un cannone; i due giganti girarono le barche e scomparvero non so dove, poiché più non si videro; la luce sanguigna si spense di colpo e la nebbia ci avvolse più strettamente come se volesse schiacciare la nave o gravitare tanto su di essa da affondarla. Poi in mezzo a quella gelida tenebrìa udimmo scricchiolii acuti, tonfi, cozzi violenti e fragori sinistri che parevano prodotti da montagne di ghiaccio spaccantisi e capovolgentisi, e il vascello fu sollevato e scosso furiosamente da muggenti ondate, le cui creste spumeggianti rimbalzavano sopra le murate con mille urli.
- Ricorderò sempre quella notte passata fra i ghiacci del polo, in quella regione dei fantasmi e dei mostri; notte fatale, poiché parecchi dei nostri marinai perdettero la vita pochi giorni appresso. Infatti dopo quell'avvertimento il nostro veliero fu preso dai ghiacci, stritolato dalle pressioni che senza dubbio venivano dalle magiche arti di quei due giganti e dei loro tredici animali. Andò a picco durante una notte tempestosa, fra la nebbia e la neve che calavano furiosamente su quelle terre desolate e su quei gelidi mari, e parecchi miei camerati lo seguirono in fondo agli abissi.
- Io sono qui a raccontare quel viaggio disastroso, poiché ebbi la fortuna di venire raccolto l'anno seguente da un baleniere danese sulle sponde del canale di Lancaster; ma quei disgraziati dormono a fianco degli equipaggi dell'infelice ammiraglio, coperti dagli eterni ghiacci dell'oceano polare, dimenticati da tutti. Il mare muggirà sulle loro teste, l'aurora boreale illuminerà la loro umida tomba; ma nessuna creatura vivente mai forse si spingerà fino a quelle alte latitudini, per recare un fiore o spargere una lagrima sulle vittime dei fantasmi polari.
Papà Catrame alzò il capo e, guardando fisso fisso il capitano, disse:
- Ridete ora, voi che a nulla credete!
- Sui disgraziati che il mare travolse nei suoi abissi no, ma sui tuoi mostri e sui tuoi giganti lascia, papà Catrame, che rida.
- Non credete voi dunque alla leggende nordiche?
- No.
- E avete veduto anche voi dei mostri e dei giganti nelle regioni polari?
- Sì, papà Catrame. Dimmi: sai cos'è il miraggio?
- Sì, mi avete detto che fa vedere navi capovolte, città rovesciate, isole che non esistono e...
- Sai come si chiama il miraggio polare?
- Miraggio al polo!... Eh! via, voi scherzate!
- Si chiama rifrazione, e questo fenomeno è più frequente nei climi freddi che in quelli caldi, e ti fa apparire una volpe cinquanta volte più grande, un battello lungo come una corazzata, un uomo alto come lo spettro di Brokken nella Foresta Nera, eccetera. La luce sanguigna era l'aurora boreale, i tredici mostri erano lupi o volpi, i due giganti due poveri esquimesi montati sui loro kayak, ed essi, a loro volta, ingannati dalla rifrazione avevano preso il vostro vascello per una balena immensa o per qualche cosa di simile. Ah! papà Catrame! A quante cose credevano i nostri vecchi marinai!...
Il mastro non rispose. Fece un gesto di commiserazione, scosse più volte il capo, borbottò fra sé non so che cosa e se ne andò senza augurarci la buona notte. Se la paura di passare dritto ai ferri non l'avesse trattenuto, sono certo che avrebbe dato del pazzo all'incredulo capitano.
Il giorno seguente l'oceano fu agitatissimo, essendosi levato un vento assai caldo, che veniva dai deserti della costa araba, la quale non distava che poche decine di leghe.
Due volte, durante la giornata, fummo costretti a prendere terzaruoli[11] sulle vele basse, onde diminuire la superficie della tela, e ad imbrogliare i pappafichi e i contropappafichi[12].
Verso il tramonto però, il vento diminuì sensibilmente, ed anche il mare si calmò un poco, sicché papà Catrame, che senza dubbio aveva molto calcolato su quel cambiamento di tempo, sperando di evitare la sesta novella, di buona o cattiva voglia fu costretto a prendere posto sul barile. Ma quel vecchio orso prima di sciogliere la lingua brontolò assai, perdette un buon quarto d'ora nel caricare la pipa e si soffiò il naso almeno dodici volte e con un tal fracasso da assordarci.
Quando però si fu sfogato a modo suo, mettendo a dura prova la pazienza dell'uditorio, si decise ad aprire la bocca.
- Narrano le leggende... - incominciò.
- Basta di leggende! - esclamò il capitano. - Auff! non la finirai più adunque con quelle vecchie storie?
- Non vi garbano?
- Ne ho le tasche piene, papà Catrame.
Il mastro si mise a sogghignare, ma in certo modo da far rabbrividire tutto l'equipaggio.
- Ah! - esclamò egli, lisciandosi il mento e tirandosi la bianca barba. - Non vogliono udire le antiche leggende? Benissimo... Allora cambieremo rotta e correremo prima un paio di bordate.
Ci guardò poi uno per uno, come volesse prima assicurarsi che c'eravamo tutti, indi ci chiese:
Avete mai veduto voi, durante certe notti, brillare dei fuochi sul mare?...
- Abbiamo veduto il fuoco di sant'Elmo scintillare sulla cima degli alberi, - rispondemmo.
Papà Catrame si strinse nelle spalle, mentre un sorriso beffardo gli spuntava sulle sottili labbra.
- Sant'Elmo e i suoi fuochi non hanno a che fare colla mia domanda. Vi ho chiesto se avete veduto dei fuochi apparire in mezzo alle onde.
- Mi pare di averne veduto uno su di una spiaggia deserta, - disse un timoniere.
- Tu sei un asino; chiudi la bocca e non aprirla se non ti do il permesso. Si dice...
Si fermò per vedere quale faccia avesse il capitano, ma, vedendolo tutto attento, continuò:
- Si dice adunque, e non solo da poco tempo, ma da molti secoli, che su certi mari di quando in quando appariscono, e specialmente di notte, dei fuochi che pare salgano dalla profondità degli oceani e che mandano una luce intensa. Cosa siano, io non ve lo saprei dire; ma si diedero molte spiegazioni più o meno stravaganti, più o meno vere, più o meno paurose. Alcuni dicono che si formano per una combinazione di gas, sviluppatisi da qualche grosso cetaceo galleggiante a fior d'acqua; altri che sono accesi da feroci predatori entro gusci, per attirare le navi contro qualche vicina scogliera e quindi impadronirsi degli avanzi; altri ancora affermano che provengono da vulcani sottomarini; ma i più ritengono che siano segnali misteriosi che fanno i naufraghi del mare per attirare le navi in qualche grave pericolo ed avere nuovi compagni in fondo agli abissi marini, o per salvarle. Credete ora a quella versione che meglio vi piace; a me poco cale, giacché so che non credereste a ciò che io voglio dire in proposito.
- Per Giove! - esclamò il capitano. - Ci vuol poco a indovinare che tu credi alle fiamme dei naufraghi!
- Sì, di quelli morti malamente, - proruppe il mastro con profonda convinzione. - Ma lasciamo là; io credo, mentre voi non credete affatto; ebbene, non se ne parli più e tiriamo innanzi, o, prima che finisca la mia pena, non mi rimarrà un pezzo di lingua.
- La storia che sto per raccontarvi si è svolta appunto nei mari della grande penisola indiana.
- Montavo in quel tempo un vascello olandese, poiché io ebbi sempre la mania di cambiare sovente nave, onde percorrere l'orbe terracqueo in tutti i sensi e apprendere le manovre che sono in uso presso i marinai delle altre nazioni.
- Portava un nome così barbaro che non me lo ricordo più, per quanto abbia messo a prova il mio cervellaccio; ma questa dimenticanza non influisce, né diminuisce l'interesse della mia novella. Vi dirò però che quella nave non godeva la fiducia di nessuno, e che era destinata a finir male.
- Infatti, quando venne varata, tre marinai erano rimasti uccisi, e voi sapete che una nave battezzata col sangue, anziché collo champagne, non porta fortuna; più tardi un piroscafo americano le aveva dato una tale speronata sotto l'anca di babordo, da mandarla a picco in tredici minuti, proprio dinanzi al porto di Rotterdam, e voi non ignorate che una nave rimessa a galla non è mai sicura, poiché si dice che abbia una forte tendenza a ritornare in fondo al mare.
- Saranno ubbie di vecchi marinai superstiziosi, ma io vi dico che quella nave camminava molto male; che quando la si caricava affondava più di tutte le altre; che quando veniva colta da una tempesta, tendeva sempre a precipitare negli avvallamenti delle onde, come se avesse una voglia matta di tornar a riposare in fondo all'oceano, senza occuparsi di quei poveri diavoli che la montavano. E poi, se aveste udito come gemeva! pareva che si lagnasse ad ogni colpo di mare; scricchiolava tutta, i suoi puntelli si piegavano come stuzzicadenti, le sue costole cedevano e si udiva la chiglia torcersi con profondi brontolii. Vi assicuro che la spina dorsale di quella compatriota del vascello fantasma non era gran fatto solida, e tutti noi che la montavamo provammo più volte delle forti paure.
- Aggiungete che a bordo correva una strana diceria, che faceva impallidire tutti gli uomini dell'equipaggio ogni volta che tornava al loro pensiero. Si diceva che un vecchio marinaio che passava per un indovino di prima forza e che aveva assistito all'immersione della nostra nave dopo la speronata dell'americano, aveva fatto un brutto pronostico, cioè aveva detto che sarebbe tornata ad affondare il giorno in cui avesse incontrato uno di quei fuochi misteriosi che sorgono dal fondo dell'oceano.
- Io sarò superstizioso, ma ho sempre creduto che certe navi abbiano una tendenza spiccata a scendere negli strati oscuri del mare e non galleggino che a grande stento. La mia doveva essere una di quelle, tanto più che era stata disgraziata fino dal principio della sua discesa nelle onde.
- Ride qualcuno di voi?... Increduli!... Vi auguro di montare una nave eguale a quella olandese, e vorrei essere presente il giorno in cui vi toccasse la disgrazia che colpi papà Catrame e i suoi compagni. Ora aprite gli orecchi e non fiatate più!
- Malgrado il funebre augurio del vecchio indovino e i grandi difetti della nave, avevamo fatto parecchi viaggi senza che ci toccasse alcun che di grave. Però tutte le notti gli uomini di guardia aguzzavano gli sguardi, temendo sempre di scorgere la fatal fiamma, e ogni volta che scorgevano un punto luminoso, la luce di un faro o il fanale di posizione di qualche nave, trasalivano e correvano a svegliare i compagni, temendo che il nostro legno cominciasse a inabissarsi. Tanta era anzi la certezza di sentirselo mancare sotto i piedi, che alcuni asserivano d'averlo veduto abbassarsi di parecchi pollici nel momento che la suoneria di bordo batteva i dodici tocchi, per poi risalire lentamente al primiero livello, appena i primi albori rischiaravano l'orizzonte.
- Era un vascello stregato? - chiesero alcuni marinai, che si sentivano accapponire la pelle a quel racconto pauroso.
- Che ne so io! - rispose papà Catrame. - Vi dirò che anch'io credetti una volta di sentire la nave abbassarsi lentamente e che, quando rimontò, la vidi tracciare attorno a se stessa un largo cerchio di spuma, precisamente come fanno le balene e i grandi mammiferi marini, allorché salgono alla superficie del mare per respirare...
Papà Catrame s'interruppe per lasciare che la curiosità impressionasse meglio l'uditorio, si bagnò il gorgozzule con un sorso di Cipro, si lisciò per la centesima volta il mento e la barba, - aveva tale manìa quella sera, - poi con un certo accento che fece correre più d'un brivido, riprese il filo della narrazione.
- Avevamo lasciato il Madagascar con un carico d'avorio nero diretti a Calcutta... Ah! voi sbarrate gli occhi e mi guardate come tanti punti ammirativi?... Non sapete dunque cosa sia l'avorio nero? Ecco gli scienziati moderni!... Quell'avorio era composto di schiavi africani destinati alle piantagioni di indaco, essendo allora la tratta permessa, senza che gl'incrociatori delle nazioni europee si immischiassero, come fanno oggi in quel genere speciale di merci viventi. Erano certi pezzi d'uomini alti come i nostri granatieri, con certi muscoli e certi pugni che, se vi davano uno scapaccione, vi mandavano da poppa a prua a baciare il bompresso[13].
- Quella disgraziata nave aveva preso il largo di mala voglia. Non so cosa avesse, ma camminava più lentamente d'una lumaca; quando eravamo costretti a bordeggiare, si inchinava tanto da far temere che da un istante all'altro si rovesciasse o, come diciamo noi, s'ingavonasse; e quando le onde la scuotevano, s'abbassava pesantemente negli avvallamenti e non voleva saperne di rimontare. Si sarebbe detto che aveva un'anima e che quell'anima aveva giurato di andar a riposare in fondo a quel mare da cui gli uomini l'avevano tratta. Se vi narrassi degli scricchiolii che emetteva e dei fragori che si udivano in fondo alla stiva ad ogni colpo di mare, vi farei rizzare i capelli.
- In certi momenti pareva che qualche mostro battesse sotto la chiglia, come per avvertirla che era tempo di tornare sotto le onde. Ed infatti, specialmente di notte, si udivano dei fragori inesplicabili, che sembravano prodotti da un immane martello. Eppure navigavamo in pieno oceano e la carena né toccava, né urtava contro alcuna scogliera, né sopra alcun banco.
- Eravamo giunti a circa cento leghe dalla foce del Gange, un fiume immenso che solca l'India e sulle cui sponde sorge Calcutta. Bene o male, la nave si era spinta fino a quel punto, ma non pareva disposta a tirare molto innanzi, poiché camminava sempre più lentamente e gli scricchiolii erano diventati così insistenti e così acuti, che c'impedivano perfino di dormire.
- Il capitano, temendo che da un istante all'altro il legno si disarticolasse in causa della cattiva sua costruzione, procedette ad una visita, ma non riscontrò alcuna avaria; solo s'accorse che sotto l'anca di tribordo, e cioè nel punto dove lo sperone del piroscafo americano l'aveva colpita, penetravano poche gocce d'acqua. I puntelli parevano solidi, i corbetti sempre uniti al fasciame, i bagli a posto, le ruote di prua e di poppa salde e il paramezzale appariva dritto, ciò che indicava come la chiglia non avesse ceduto d'un solo centimetro, malgrado i numerosi viaggi che aveva fatto e le non poche tempeste superate.
- Calò la notte, buia come la culatta di un cannone o il fondo d'un barile di catrame, senza luna e senza stelle. Il mare era diventato color dell'inchiostro: però in mezzo alle larghe ondate si scorgevano di tratto in tratto dei fugaci bagliori. Era un principio di quel fenomeno che chiamano fosforescenza marina e che è comune nei mari dei climi caldi, oppure li produceva qualche causa misteriosa? Non ve lo saprei dire.
- Anche il vento quella sera aveva nei suoi fischi un non so che di strano, che faceva su tutti noi una certa impressione.
- Le undici erano suonate da pochi minuti nella cabina del capitano, ed io avevo montato il mio quarto di guardia da poco più di un'ora, quando il timoniere, che stava appoggiato alla ribolla del timone, giacché in quel tempo la ruota ancora non era in uso, mi disse:
- «Catrame, ascolta attentamente».
- Rabbrividii, paventando qualche cosa di sinistro, e tesi gli orecchi.
- Udii distintamente tre forti colpi che venivano dalla carena del legno e che rintronavano nella stiva. Pareva proprio che qualcuno avesse vibrato tre potenti martellate contro la chiglia, e, fossero i miei occhi o la paura o la realtà, vidi la nave trabalzare tre volte e ricadere pesantemente, sollevando una grande onda circolare.
- «Che la nave abbia toccato?» - chiesi sottovoce.
- «È impossibile», - mi rispose il timoniere. - «Siamo ancora lontani dalle coste indiane e, che io sappia, il golfo del Bengala non ha bassifondi».
- «Che i negri vogliano spaventarci?»
- «Va' a vedere se dormono».
- Feci appello al mio coraggio e scesi nel frapponte.
- Gli schiavi stavano sdraiati uno addosso l'altro e dormivano profondamente, anzi russavano sonoramente come tante grancasse. Risalii in coperta più spaventato di prima e nel momento in cui montavo i due ultimi gradini, udii risuonare nelle profondità del legno altri tre colpi sordi, simili a quelli di prima.
- La cosa cominciava ad impensierirmi: o il legno toccava su qualche bassofondo, o stava per avverarsi la sinistra profezia del vecchio marinaio. Di lì non si poteva scappare.
- Riferii al timoniere quanto avevo veduto e udito. Lo vidi diventare pallido come un morto e farsi il segno della croce.
- «Vedi alcun fuoco apparire sul mare?» - mi chiese balbettando.