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Le murene
Anche durante il giorno papà Catrame rimase sempre sul
ponte, passeggiando con gravità da prua a poppa, lungo
la murata di tribordo, che era il suo riparto favorito,
avendo sempre manifestato, non so per quale motivo, una
avversione decisa per quella di babordo. Fumò senza
interruzione, lasciò andare un paio di sonori
scapaccioni ai mozzi, perché si erano permessi di
interrogarlo sul titolo della decima novella; ma non
scambiò una parola con nessuno. Pareva preoccupatissimo,
assorto in profonda meditazione, tanto da non darsi
pensiero né della nave, né dell'equipaggio, né della
manovra.
Ci voleva poco a capire che era di umore non troppo
buono e che quei continui smacchi che gli venivano dal
nostro capitano gli bruciavano. Ma forse più di tutto
gli pesava la smentita recisa all'esistenza del famoso
serpente di mare, così miseramente fatto naufragare dal
suo eterno contraddittore. Mi provai ad interrogarlo, ed
egli mi salutò senza rispondere. Per rabbonirlo un po'
gli offersi un sigaro; lo prese ringraziandomi con un
cenno del capo, se lo cacciò mezzo in bocca, ma proseguì
la sua passeggiata sempre accigliato, sempre pensieroso.
All'ora dei pasti non venne a sedere fra noi; si prese
la sua razione, la fece sparire in otto bocconi, poi
continuò il suo avanti e indietro colla precisione d'un
orologio.
Non si fermò che alla sera, allorquando la soneria di
bordo fece udire le otto ore. Allora si assise sul
barile e attese l'uditorio, tenendo gli occhi fissi sul
ponte.
- Papà Catrame ha il cervello in burrasca, - disse il
nostro capitano, sedendosi dinanzi all'albero. - Ma,
bah! la faremo passare raddoppiando la razione di Cipro.
Ehi, camerotto! Due bottiglie pel mio vecchio mastro!...
Stasera voglio che beva un paio di bicchieri di più!
Udendo quel comando papà Catrame alzò il capo, facendo
una smorfia di allegrezza (vi dico tra parentesi che era
pazzo pel Cipro del nostro comandante e non aveva torto,
essendo proprio di quello buono); poi aprì gli occhi,
che fino allora aveva tenuti socchiusi, ed emise un
brontolìo di soddisfazione.
- Udiamo adunque, vecchio mio, la decima novella, -
disse il capitano. - Vediamo se stasera c'è qualche cosa
da spiegare senza farti andare in bestia.
Mastro Catrame si lisciò la bianca barba, tossì tre
volte, poi guardando fisso il capitano gli disse:
- Questa sera non spiegherete nulla.
- E perché, se è lecito saperlo?
- Perché la storia è autentica e non può avere altra
spiegazione che la mia.
- Di che si tratta adunque?
- Di un altro vascello che fu improvvisamente fermato,
mentre navigava a gonfie vele sul libero mare.
- Da uno scoglio?
- No: da un pesce che da molti secoli gode fama di
arrestare i più grandi legni.
- Oh, diavolo!... - esclamò il capitano ironicamente. -
Cosa può essere mai? Udiamo questo interessante e
meraviglioso fatto. Ti assicuro che ecciti la mia
curiosità, papà Catrame.
Il vecchio mastro, a cui non era sfuggito l'accento
ironico del nostro amabile capitano, scrollò le spalle
con una cert'aria da impiparsene e diede la stura alla
sua decima novella.
- Sono trascorsi da quell'epoca cinquant'anni, - diss'egli,
- eppure il fatto toccatomi l'ho presente come se fosse
accaduto ieri, e se volete sapere perché lo ricordo
tanto bene, vi dirò che da quel giorno porto una traccia
profonda sul mio braccio destro, una cicatrice, che
ancora, specialmente quando il tempo si cambia, mi fa
provare degli acuti dolori.
- Voi tutti saprete forse cos'è una giunca, e se lo
ignorate vi dirò che è un bastimento cinese dalle forme
quadre e pesanti, d'una costruzione tutt'altro che
sicura, che porta vele formate da giunchi intrecciati e
due alberi irti di banderuole d'ogni dimensione o di
teste di drago orribili.
- Per una circostanza che è inutile vi riferisca, ero
rimasto a Canton, che è una delle più ricche città
dell'Impero Celeste, senza imbarco.
- La terraferma mi era diventata odiosa allora come
oggi, e non sentendomi sotto i piedi il ponte rollante
d'un vascello, soffrivo come se mi trovassi sui carboni
ardenti; quindi era necessario prendere un imbarco, se
non volevo ammalarmi e morire di noia. Aggiungo poi che
la questione pecuniaria s'imponeva seriamente, poiché io
ho avuto sempre l'abitudine di non mettere da parte uno
spicciolo. E infatti, che dovevo farne io dei risparmi?
Poiché si ha da morire nella gran tazza, è meglio
andarsene colle tasche vuote, visto e considerato che
laggiù, in fondo agli abissi, mancano le taverne, e che
i pesci non vendono bottiglie. Vi pare?
- Benissimo, perbacco! - esclamarono i marinai.
- Or dunque, eccomi a bordo di quella pesante carcassa,
in compagnia d'una dozzina di marinai color dello
zafferano e dalle zucche pelate, e sotto gli ordini d'un
imponente capitano nanchinese, grasso come un
rinoceronte, con una coda lunga un metro e sessantasei
centimetri, e un paio di baffi senz'anima che gli
scendevano fino alla cintola. Senza che ve lo dicessi,
voi sapete che i baffi di tutti i cinesi non hanno fibra
dura e che, invece di tenersi ritti, si curvano
umilmente verso terra. È questione di razza.
- Ve lo figurate voi il vecchio Catrame, cioè no, poiché
allora io ero giovane e la mia barba era ancora nera e
la mia zucca capelluta, ve lo figurate, dico, in
compagnia di quel codato equipaggio, che quando parlava
strideva come una lima che morde il ferro e gorgogliava
come la gola d'un capodoglio? Poi mangiava tutto il
giorno riso, servendosi di certe bacchettine d'avorio, e
tutte le sere s'ubriacava sconciamente d'oppio. Eh, se
non ci fossi stato io a raddrizzare di quando in quando
la ribolla del timone o a dirigere la rotta, non so dove
quella povera giunca sarebbe andata a finire.
- Ma io divago un po' troppo, come diceva ieri o l'altra
sera il capitano, - riprese papà Catrame, gettando uno
sguardo malizioso sul nostro comandante, - e perciò
torno all'argomento, tanto più che comincio a
sbadigliare a mo' di un orso che non dorme da tre
settimane.
- Adunque avevamo lasciato Canton diretti alle coste
orientali dell'Australia, onde cercare quei molluschi
che somigliano a un cilindro, coriacei, buoni da nulla,
ma che i cinesi apprezzano più dei topi salati, del
giovane cane in stufato e della salsa di giang-seng. Si
chiamano... Corpo di Giove!... hanno un nome così
barbaro da far disperare un galantuomo... Ah!... sì...
- Oloturie o trepang, - disse il capitano.
-Benissimo..., proprio così;... olea..., olo... Orsù, la
mia lingua s'ingrossa coi nomi barbari e non vuole
pronunciarli; ma non importa l'ha detto il capitano per
me.
- Bene o male, eravamo giunti sulle coste australiane, e
dopo due mesi avevamo fatto un carico completo di quei
molluschi. Sciogliemmo le vele verso il Nord, impazienti
i miei camerati celestiali di rivedere le cupole a
scaglie di ramarro della loro Canton ed io di piantare
quella poco allegra compagnia e la carcassa che
l'imbarcava.
- Eravamo giunti nei pressi dello stretto di Torres e
stavamo per imboccare quel pericoloso passo, quando vidi
il capitano curvarsi parecchie volte sul coronamento di
poppa e fare dei segni bizzarri.
- Sorpreso e curioso, lo interrogai; ma era cosa tutt'altro
che facile l'intendersi; sicché non riuscii a
comprendere nulla. Per istinto però sentivo che qualche
cosa di serio era avvenuto o stava per avvenire.
- Infatti verso sera la nostra giunca, che pur era una
discreta veliera, a poco a poco cominciò a rallentare la
corsa, come il vascello di cui vi parlavo nel mio
precedente racconto.
- Andai a trovare il capitano, che era seduto a poppa,
per sapere il motivo di quel rallentamento, ed egli si
accontentò di fare un gesto che poteva tradursi con un:
Aspettiamo, ché nulla posso fare. Mi rivolsi
all'equipaggio, e tutti mi fecero un gesto eguale. Lo
sapevano il motivo o no? Non ne so più di voi.
- Intanto la giunca rallentava sempre; sentivo sotto la
carena un certo dondolio che nulla di buono
pronosticava; eppure il vento soffiava sempre e il mare
era tranquillo entro lo stretto.
- Salii sulla prua per meglio conoscere e spiegare
quello strano fenomeno, quando il legno si arrestò così
bruscamente da farmi fare una brutta volata in mare.
- Allorché tornai alla superficie mi sentii afferrare
per un braccio e penetrare nelle carni certi denti
aguzzi come lame e solidi come fossero d'acciaio.
Allungai la mano libera e afferrai una specie di
serpente lungo lungo; si dibatteva il mostro, ma le mie
dita erano robuste e non lasciai la preda finché non la
sentii come morta.
- I celestiali, che si erano accorti del mio salto
involontario, vennero in mio aiuto con un canotto e mi
trasportarono a bordo insieme col serpente. Voi forse
direte che io sognavo; eppure, appena misi i piedi sul
ponte, la giunca riprese le mosse e continuò a navigare
colla celerità di prima. Indovinereste quale pesce avevo
strangolato?
- No, - risposero tutti.
- Una murena, che misurava due metri di lunghezza!...
Guardammo papà Catrame, che si era arrestato,
chiedendogli cogli occhi che cosa voleva dire; egli
invece guardava noi, stupito della nostra sorpresa.
- E che! - esclamò egli con superbo disprezzo, - forse
che non sapete cos'è una murena?
Un coro di proteste si alzò fra l'equipaggio:
- È un'anguilla!...
- Ne abbiamo viste delle centinaia.
- Ne abbiamo mangiate delle dozzine.
- E dunque! - esclamò il vecchio. - Non sapete che le
murene arrestano le navi? Ma che razza di marinai siete
voi (non parlo degli ufficiali), da ignorare una cosa
simile? Ne parlavano persino i romani, ai tempi di Remo
e di Romolo, due fratelli stati allattati da non so
quale bestia: e voi, dopo non so quante migliaia d'anni
che questo fatto è constatato, voi, che siete o vi dite
uomini di mare, non conoscete ancora la potenza delle
murene? Domandate un po' al capitano se non fu una
murena ad arrestare una nave di non so quale condottiero
romano, mentre inseguiva non so quale principe, o
console, o imperatore. Oh! che ignoranti!...
I marinai, confusi, rossi fino agli orecchi, guardarono
il capitano, che penava a frenare le risa.
- Papà Catrame ha ragione: la storia ha registrato il
fatto citato, - rispose questi.
Il mastro lasciò andare due poderosi pugni sul barile e
parve che fosse per impazzire dalla contentezza, a
quella solenne affermazione del nostro comandante.
- Avete capito, ragazzacci increduli? - esclamò con aria
trionfante. - Perfino i romani del signor Remo e del
signor Romolo conoscevano queste cose.
- Sì, - disse il capitano, - tutti gli antichi popoli si
sono occupati e non poco delle murene, ed affermarono
che queste specie di anguille sono capaci di arrestare
una nave, e la storia cita parecchi fatti.
- E anche le adoravano, le murene, - disse il mastro.
- Sì, ma per ghiottoneria, - rispose il capitano. - Gli
opulenti romani le allevavano con cura in certe piscine
appositamente scavate, le nutrivano senza risparmio,
somministrando loro perfino carne umana, davano a
ciascuna un nome e le ammaestravano, onde accorressero a
baciare le loro mani. La bizzarria di non so più quale
imperatore romano giunse al punto di adornare le sue
murene con pendenti d'oro.
- Udite! - esclamò il mastro.
Ad un tratto il capitano incrociò le braccia e,
cangiando tono, disse:
- Papà Catrame, ora basta! Che i romani ed altri popoli
abbiano creduto che le murene fossero così potenti da
arrestare una nave, padronissimi. Ma credi tu che noi
prestiamo fede a simili corbellerie? Ah no, perbacco!
Vecchio Catrame, t'inganni!
Il mastro, che era all'apogeo del suo trionfo, a quel
cambiamento di tono e a quelle parole illividì, e per
poco non cadde dal barile.
- Ma... come... i romani... - borbottò con un filo di
voce
- Lascia andare i romani e le loro corbellerie. Io ti
dico che sei pazzo se credi che la tua giunca sia stata
fermata dalla murena che ti morse. Nell'Oceano Pacifico
questi pesci sono grandi assai, ma incapaci di fermare
nemmeno una barca.
- Eppure la giunca...
- Si è fermata, vuoi dire. Io non so per quale motivo e
fenomeno, ma suppongo che navigasse sui bassifondi dello
stretto, e tu sai che in quello di Torres sono numerosi;
la marea, che forse in quel momento montava, vi avrà
rimessi a galla dopo pochi minuti. Ma levati dal capo la
credenza che sia stata una murena. I vecchi marinai,
imbevuti di pregiudizi ed attaccati alle antiche
leggende, possono ancora prestare fede alle murene: noi
no, papà Catrame... Prendi le tue due bottiglie e va' a
riposare la lingua e le stanche membra.
Il mastro non fiatò più. Si terse due goccioloni di
sudore, non so se caldi o freddi, prese le sue due
bottiglie e discese barcollando nella sua cala.
La nave-feretro sul mare ardente
Le dure smentite del nostro capitano, il quale per altro
non mirava che a dissipare la nebbia d'antichi
pregiudizi a pro del nostro equipaggio, al pari di tutti
gli altri fuor di misura ignorante e credulone, dovevano
aver prodotto un profondo effetto sul povero condannato.
Infatti l'indomani papà Catrame non comparve sul ponte,
e quando fu sera non lasciò la cala. Lo si mandò a
chiamare dieci volte di seguito, ma fu inflessibile.
All'undicesima tirò dietro al camerotto tutte e due le
scarpe e alla dodicesima scagliò alle gambe d'un
timoniere, che era sceso per persuaderlo a salire, tutta
la sua batteria di bottiglie, vuote, intendiamoci.
Il capitano lo lasciò fare, gli mandò anzi due fiaschi
del vino suo più gradito, che il vecchio orso accolse
con un brontolio di contentezza e che vuotò subito,
poiché mezz'ora dopo lo udimmo russare con tal fracasso
da destare l'eco nella stiva.
Il secondo giorno però, o, meglio la seconda sera, il
mastro, riconoscente alla cortesia del nostro allegro
capitano, salì in coperta. Pareva contento: aveva un
sorrisetto misterioso sulle labbra e lanciava sul
capitano degli sguardi maliziosi. Che in quelle
ventiquattro ore di riposo avesse scavato, nei suoi
vecchi ricordi, qualche fatto da imbarazzare il suo
eterno contraddittore? Io lo sospettai vedendolo così di
buon umore, mentre tutti credevano che fosse
imbronciato.
Quando ci vide attorno al suo barile, il suo sorriso
misterioso divenne più marcato e nei suoi occhietti
grigi brillò un lampo.
- Restano ancora due sere per espiare la mia pena, -
cominciò egli. - Ho narrato dei fatti a me succeduti e
mi avete riso sulla faccia come se vi narrassi delle
frottole inventate nell'oscurità della cala; ho citato
nomi ed autori e voi avete voluto sfatarli; ho creduto
di divertirvi e invece mi avete trattato come un buffone
di qualche tirannello africano o peggio. Ritorno quindi
alle storie lugubri e paurose: quelle almeno sono certo
che non le spiegherete, e chi non vuole udirmi, vada a
dormire. M'avete capito?
- Se papà Catrame spera di vederci andare a dormire per
risparmiare il resto della sua pena, s'inganna, - disse
il capitano. - Io rimango e aspetto l'undicesima
novella.
- Anche noi! - esclamarono in coro i marinai, che non
avrebbero lasciati i loro posti nemmeno per dieci
boccali del miglior vino.
Papà Catrame fece un gesto dispettoso, ma dovette
rassegnarsi, poiché nessuno si moveva. Storie allegre o
tristi, doveva narrarle tutte.
- Sta bene, - diss'egli coi denti stretti; - ma forse vi
pentirete. La novella di stasera s'intitola: «La
nave-feretro sul mare ardente».
- Che storia è mai questa! - esclamò il capitano. - Tu
vuoi proprio spaventare i mozzi.
- Tanto meglio, - rispose il mastro ruvidamente. - A chi
non accomoda il titolo, vada a dormire.
- Con tuo permesso rimarremo tutti qui, vecchio
brontolone.
Papà Catrame scrollò le spalle, si raccolse per alcuni
istanti, poi cominciò:
- Vi narrerò un'avventura assai bizzarra, forse la più
strana che mi sia toccata in tanti anni di navigazione,
e che non fui capace di spiegare mai, quantunque mi sia
torturato il cervello non so quante volte. Voglio vedere
se il nostro capitano è capace di fare un po' di luce su
questo tenebroso fatto.
- Speriamolo, papà mio, - disse il capitano. - Bada però
che sia una storia vera.
- È toccata a me, e questo può bastarvi per credere alla
esattezza dell'avventura. Ditemi innanzi tutto: avete
mai udito parlare della nave-feretro? Si dice, e non da
ora, ma da molti, moltissimi anni, che di quando in
quando si incontra un vascello tutto nero che veleggia
da solo, senza aver bisogno d'un equipaggio che lo
manovri e lo guidi, che porta con sé un carico completo
di feretri.
- Le leggende di molti popoli non solo europei ma anche
di altri continenti, dicono che quel vascello fantasma
racchiude le salme di marinai morti durante le tempeste,
o quelle dei più valenti guerrieri spenti combattendo
sul mare per sante cause, o i cadaveri di quegli audaci
scorrazzatori del mare che si chiamarono normanni, tutti
resti di persone affidate all'oceano da secoli e secoli
e riunite sulla nera nave. Cosa ci sia di vero in tutto
ciò, io lo ignoro; ma che la nave-feretro esista è vero,
poiché io l'ho incontrata e l'ho veduta coi miei occhi.
- Tu! - esclamò il capitano con tono incredulo.
- Io, signore, - rispose il mastro con voce solenne, -
io!...
- Udiamo adunque questa bizzarra avventura, - riprese il
capitano - Se è vera, non so come potrò spiegarla.
- Non la spiegherete, signore: ve l'assicuro, - rispose
il mastro.
Mi ero arruolato su di un brigantino messicano che
faceva il traffico con la Cina ed il Giappone,
attraversando tre o quattro volte all'anno l'Oceano
Pacifico settentrionale. Avevamo lasciato il porto di
Callao sul finire della primavera, se ben ricordo,
diretti al Giappone, dove contavamo di fare un grosso
carico di seta per le bellezze americane.
Il buon vento, che in quella stagione spira quasi sempre
in favore delle navi che vanno dall'oriente verso
l'occidente, in quindici giorni ci aveva spinto fino al
220° parallelo([17]) senza che alcun avvenimento
turbasse la calma che regnava a bordo, quando un giorno,
pochi minuti prima che calasse il sole, facemmo una
strana scoperta.
- Mentre stavamo terminando la nostra cena, un gabbiere
che si trovava sulla coffa di maestra occupato a fare un
legaccio a un boscello[18], ci segnalò un bastimento che
navigava parallelamente a noi, a una distanza di quattro
miglia.
- Non era una cosa straordinaria di certo, quantunque in
quella porzione d'oceano sia abbastanza raro un tale
incontro. Essendosi però il giorno precedente
manifestato un guasto nella nostra bussola, il capitano
volle approfittare di quella occasione per chiedere alla
nave segnalata la giusta rotta, e diresse il brigantino
verso il Nord.
- Mezz'ora dopo, noi eravamo ad un miglio dal vascello,
sicché potemmo osservarlo a nostro agio. La sua
andatura, la sua immersione e la disposizione delle sue
vele attrassero la nostra attenzione.
- Era un grande veliero tutto dipinto in nero, coi suoi
tre alberi carichi di tela, ma coi pennoni orientati gli
uni sottovento e gli altri sopravvento, senza regola, ed
era così immerso che l'acqua giungeva fino agli
ombrinali[19]. Ma, cosa ancora più sorprendente, non
portava alcuna bandiera, e né sul ponte di comando, né
sul cassero di poppa, né sul castello di prua, né in
coperta si vedeva alcun marinaio.
- Il nostro capitano, ritenendo che gli uomini fossero
sdraiati dietro alle murate di babordo o dietro alle
imbarcazioni, fece spiegare le bandiere dei segnali,
pregando quell'equipaggio invisibile di porsi in panna;
ma nessuno apparve!
- Converrete che la cosa era strana. O l'equipaggio si
era ubriacato e dormiva della grossa, o quella nave era
stata abbandonata per qualche motivo. Eppure senza
bisogno di braccia continuava a navigare, filando più di
noi. Sparammo un colpo di spingarda, ma non ottenemmo
miglior frutto: nessun uomo comparve, nessuno ci
rispose.
- Essendo calata in quel frattempo la notte, la nave
misteriosa scomparve nelle tenebre; però, qualche ora
dopo, e da lontano, scoprimmo parecchie fiammelle che
brillavano distintamente fra la profonda oscurità.
- Da che provenivano? Non riuscimmo a saperlo; non
essendovi però alcuna terra in vista, arguimmo che quei
fuochi dovevano brillare sul vascello poco prima
segnalato.
- Lascio immaginare a voi a quante chiacchiere diede
luogo quel misterioso incontro. Alcuni dicevano che
forse quella nave era montata da pirati, i quali
dovevano aver avuto paura di noi; altri che era il
vascello fantasma dell'olandese maledetto; altri ancora
asserivano invece, e con tutta serietà, che doveva
essere la nave-feretro, anzi aggiungevano che appunto in
quella porzione dell'Oceano Pacifico era stata
incontrata pochi anni prima da un capitano di Acapulco.
- Tutta la notte vegliammo attentamente in coperta,
temendo che il triste legno da un istante all'altro ci
investisse o ci facesse qualche brutto gioco; ma nulla
apparve sulla fosca linea dell'orizzonte. Soltanto un
gabbiere assicurò di aver veduto ancora, fra le undici e
la mezzanotte, brillare quelle fiammelle che ci avevano
tanto spaventati.
- Finalmente l'alba, così ansiosamente attesa, spuntò, e
l'oceano apparve completamente libero: la nave
incontrata la sera precedente era scomparsa!...
- Trascorsero tre giorni, durante i quali essa più non
riapparve, benché l'equipaggio intero vegliasse
attentamente e per turno, ed un uomo si tenesse sulla
crocetta di maestra, munito d'un potente cannocchiale.
- Cominciavamo già a rassicurarci, quando al tramonto
del quarto giorno il nostro timoniere gridò:
- «Nave sottovento!...»
- Salimmo tutti in coperta e distinguemmo infatti, verso
il Nord, un tre-alberi di dimensioni non comuni; ma la
distanza era tale da non permetterci di osservarlo
minutamente.
- Un gabbiere si issò sulla crocetta e puntò un
cannocchiale in quella direzione.
- «È la nave-feretro!» - esclamò.
- «Mettete la prua al Nord e si spieghino i coltellacci
e gli scopamari[20]!», - comandò il nostro capitano. -
«Voglio vedere chiaro in questa misteriosa avventura».
- Quantunque fossimo tutti impressionati, anzi, se devo
dire esattamente la verità, vivamente spaventati,
temendo quell'incontro, obbedimmo, e il nostro
brigantino filò come una rondine marina verso il Nord,
alla caccia del vascello fantasma.
- La nostra velocità cresceva di minuto in minuto; ma
anche quella del vascello inseguito, che forse era
meglio costruito e che portava più vele di noi, era
rapida, poiché la distanza non scemava che lentamente.
- Anche quella volta giungemmo a un miglio di distanza;
indi le tenebre calarono e non riuscimmo più a
distinguere nulla. Però avevamo avuto tempo di osservare
che il ponte della nave era sempre deserto, che la sua
immersione si manteneva come prima, e che i suoi pennoni
non avevano subito alcun cambiamento, quantunque il
vento avesse preso diversa direzione.
- Cercammo tutta la notte, ora dirigendoci verso il
Nord, ora verso l'Ovest, ma senza risultato; nemmeno le
fiamme apparvero, cosicché, non potendo proseguire in
modo alcuno, fummo costretti ad abbandonare le nostre
ricerche con grande rincrescimento del capitano, che
contava di fare una grossa preda, giacché quella nave
sembrava abbandonata dal suo equipaggio.
- Noi però eravamo convinti che fosse la nave-feretro ed
infatti non dovevamo tardare ad averne la prova
- La sesta sera nulla apparve nel momento in cui il sole
tramontava; ma più tardi accadde un avvenimento
straordinario, che spaventò tutti, eccetto il capitano.
- Erano le undici. Il nostro brigantino navigava colla
velocità ridotta, essendo il vento alquanto forte, e
colla prua sempre all'Ovest, quando scorgemmo tutto ad
un tratto, ad una grande distanza, un vivo chiarore.
- Si sarebbe detto che il mare era in fiamme, o che
sotto le onde splendeva un altro sole, o che avvampava
un vulcano. Si vedevano guizzare in tutte le direzioni
lingue rosse, azzurre o verdastre. colle selvagge
contrazioni dei serpenti; balzavano per ogni dove fasci
di scintille ogni volta che le onde fosforescenti
s'urtavano, e sotto a quella specie di distesa di bronzo
liquefatto, si distinguevano dei ribollimenti strani che
parevano prodotti da legioni di mostri contorcentisi.
- Cos'era? Il capitano diceva che era una fosforescenza
marina d'un chiarore ammirabile, prodotta da ammassi
enormi di certi pesci o da miriadi di uova; ma nessuno
di noi gli credeva, quantunque non ignorassimo che anche
gli scienziati hanno dato tale spiegazione di siffatto
fenomeno.
- Ci dirigemmo a quella volta e, giunti sull'estremo
lembo di quel mare ardente o fosforescente che fosse,
vedemmo ferma, proprio nel mezzo, una massa nera che
spiccava nettamente su quel fondo scintillante. La
riconoscemmo di colpo.
- «La nave-feretro!» - gridammo tutti.
- «Finalmente!» - esclamò il nostro capitano. -
«Avanti!»
- Invece di ubbidire, il timoniere lasciò la ribolla e i
gabbieri abbandonarono i bracci delle manovre,
dichiarando formalmente che nessuno lo avrebbe seguito.
Perbacco! Non avevamo alcuna intenzione di andarci ad
impacciare col vascello dei morti! E fummo ben contenti
di rimanere a bordo.
- Vedendoci risoluti e decisi a ribellarci se avesse
insistito, il nostro capitano fece calare una scialuppa
in mare e discese solo, dicendoci:
- «Aspettatemi qui adunque: la preda sarà tutta mia».
- Afferrò i remi e con un coraggio ammirabile entrò nel
mare fosforescente, dirigendosi verso la nave
misteriosa. Arrancava con sovrumana energia, facendo
volare sotto i colpi di remo sprazzi di scintille, e
teneva gli occhi costantemente fissi sul tre-alberi, che
era perfettamente immobile, quantunque avesse sempre le
vele sciolte e il vento soffiasse ancora.
- Di mano in mano che la scialuppa si allontanava,
invece di sembrare più piccola, sia che un fenomeno
d'ottica ovvero il terrore ci falsasse la vista, pareva
assumere proporzioni gigantesche e che il nostro
capitano diventasse sempre più grande.
- Finalmente lo vedemmo raggiungere la nave, deporre i
remi e balzare sopra le murate che erano a fior d'acqua.
- Quasi nel medesimo istante, come se quello fosse stato
un segnale, la luce intensa che si stendeva sotto le
onde si spense bruscamente, e tutto divenne oscuro come
il fondo di un barile di catrame!...
- Il nostro terrore accrebbe smisuratamente quando, in
mezzo al profondo silenzio che regnava fra le tenebre,
ci giunse agli orecchi un grido acuto che veniva dal
largo, come un grido d'orrore.
- L'aveva emesso il nostro capitano, o qualche altro
essere umano? Attendemmo col cuore stretto
dall'angoscia, ma non udimmo più nulla, né vedemmo
ritornare la scialuppa.
- Passarono due, tre, quattro ore, ed il nostro
comandante non riapparve. Il terrore cresceva a bordo di
momento in momento, e nessuno ardiva slanciarsi verso la
nave misteriosa: eravamo istupiditi dallo spavento.
- Verso le quattro udimmo improvvisamente a prua un
urto. Facendoci coraggio uno coll'altro, salimmo sul
castello e scorgemmo la scialuppa del capitano, che le
onde o qualche corrente marina o il flusso avevano
ricondotta verso di noi. Gettammo una corda munita d'un
uncino e la rimorchiammo fin sotto la scala. Solo allora
ci accorgemmo che dentro vi giaceva il nostro capitano!
- Lo portammo a bordo: non dava quasi più segno di vita,
era bianco come un cencio lavato, bagnato di freddo
sudore e i capelli gli erano incanutiti tutti.
- Abbandonammo subito quei paraggi funesti, temendo che
una grave sciagura cogliesse anche noi.
- Al nostro povero capitano vennero prodigate le più
affettuose cure, ma non rinvenne che il giorno seguente.
Le prime parole che pronunciò furono queste:
- «I feretri!... Quanti feretri!...»
- Poi fu subito assalito da un delirio furioso, durante
il quale non faceva altro che parlare di morti e di
sepolture. Dai suoi discorsi riuscimmo a capire che
quella nave era piena di casse contenenti centinaia di
morti.
- Non vi era più dubbio: avevamo incontrato la
nave-feretro!...
- Il delirio del nostro capitano non cessò più; il
disgraziato era diventato pazzo furioso. Morì tre giorni
dopo il nostro arrivo al Giappone e le sue ultime parole
furono:
- «I feretri!... I feretri!... Oh! le orribili code!...»
- Ora quel coraggioso capitano, vittima della propria
audacia, riposa nel piccolo cimitero europeo di
Yokohama. Pace alla sua salma!...
Papà Catrame tacque per alcuni istanti, poi, guardando
il nostro comandante, gli chiese a bruciapelo:
- Cosa ne dite voi?...
Il capitano invece di rispondere si alzò, prese papà
Catrame per un braccio, lo fece sedere fra l'uditorio e,
accomodatosi sul barile, reclamò con un gesto il
silenzio di tutti.
Noi, sorpresi per quella novità e curiosi di sapere cosa
stava per succedere, aprimmo ben bene gli occhi,
tenendoli fissi su di lui. Anche il vecchio mastro era
sorpreso, ed era diventato un po' inquieto.
- Dovete sapere, miei lupicini, - cominciò il nostro
capitano, - che esiste un popolo industriosissimo, d'una
frugalità senza pari, di un'avarizia incredibile, il
quale ha una tendenza assai accentuata per
l'emigrazione.
- La terra che egli occupa è d'una fertilità prodigiosa,
le sue ricchezze minerali sono incredibili, l'industria
occupa milioni di braccia; ma non basta per mantenere
tutto quel popolo, che è il più numeroso dell'Asia,
poiché la sua cifra ascende a circa
quattrocentocinquanta milioni.
- Adunque una parte di quel popolo è costretta ad
emigrare, sebbene la sua emigrazione non sia di lunga
durata. Lascia la patria momentaneamente, invade le
contrade più ricche del globo, si adatta a tutti i
lavori dai più lucrosi a quelli più meschini, mangia
quel tanto che basta per tenersi in piedi, accumula
soldo su soldo, e un bel giorno ritorna all'ombra delle
sue pagode a scaglie di ramarro, dei suoi tetti di
porcellana, delle sue splendide torri a nove piani con
le più ardite arcate.
- Muoiono taluni di quegli emigrati in terra straniera?
Non importa: la loro salma riposerà egualmente sulla
terra della patria, e i bonzi[21] del suo villaggio o
della città andranno egualmente a pregare sulla sua
fossa.
- Questo popolo, voi l'avrete indovinato già, è il
cinese.
- Alcuni anni or sono, i figli del Celeste Impero
avevano fissato gli sguardi sulle coste americane
bagnate dalle onde dell'Oceano Pacifico. La notizia
della favolosa scoperta dell'oro nella nuova California
aveva attraversato l'oceano, ed ecco salpare a migliaia
e migliaia i codati figli del Celeste Impero, avidi di
approdare anch'essi a quella preziosa regione.
- Bastarono pochi anni, anzi pochi mesi si può dire,
perché tutte le coste fossero infestate da quegli
emigrati. Il piccolo commercio cadde in gran parte nelle
loro mani, invasero tutti i posti disponibili,
cacciarono i braccianti e gli artieri, facendo loro una
guerra accanita a colpi di ribasso sulle mercedi, e le
loro colonie in breve divennero numerose e fiorenti.
- Ma il clima nuovo, le privazioni che s'imponevano per
accumulare rapidamente grandi ricchezze, le fatiche od
altro, facevano dei grandi vuoti fra quella popolazione
di emigrati, e moltissimi non ritornarono più in patria
a godere i risparmi e a riposare sul suolo natio. E il
morire all'estero rincresceva assai ai gialli figli del
Celeste Impero.
- Gli intraprendenti americani fiutarono un buon affare,
ed una società si costituì in breve, offrendo agli
emigrati cinesi di trasportare in patria le salme dei
loro compatrioti.
- Ecco comparire adunque le navi-feretro, lugubri
vascelli che salpavano con un carico completo di morti.
- Con un processo speciale si impediva al morto di
infracidire subito, lo si rinchiudeva in un feretro, lo
si portava a bordo e dopo cinque o sei settimane lo si
sbarcava nei porti del Celeste Impero, e i parenti lo
tumulavano nella terra natia.
- Queste navi esistono ancora, salpano ogni mese da San
Francisco di California o da Monterey, e i soci della
compagnia fanno splendidi guadagni alle spalle dei
poveri morti. Cosa ne penserete ora dell'incontro fatto
da mastro Catrame?
- Che era una nave piena di cinesi morti portati in
patria, - risposero i marinai, ridendo come pazzi,
mentre il viso di papà Catrame si allungava a vista
d'occhio.
- È proprio così, vecchio mastro, - disse il capitano. -
La nave dei morti, che hai veduto, non era altro che una
nave-feretro americana che trasportava verso la Cina un
carico di defunti. Ignoro i motivi che avevano costretto
l'equipaggio americano ad abbandonarla; ma forse si era
aperta improvvisamente una falla, che poi si rinchiuse
forse per qualche feretro incastratosi nell'apertura o
per altra cagione.
- Avendo ancora le vele sciolte, poté continuare a
navigare, finché trovò un ostacolo, forse un banco
sottomarino che l'arrestò. Se il tuo capitano non avesse
ignorato l'esistenza delle navi-feretro della compagnia
americana, non sarebbe diventato pazzo per lo spavento;
e forse a quest'ora sarebbe ancora vivo ed occupato a
vuotare un buon fiasco di mezcal[22] in qualche ottima
posada[23] di Acapulco...
Si alzò e, battendo una mano sulle spalle del mastro che
era diventato pensieroso:
- Hai compreso? - disse: - bada, papà Catrame, di non
sognare la nave-feretro ed i suoi morti.
Ci allontanammo, chi per montare il quarto di guardia e
chi per recarsi a dormire; ma il mastro rimase seduto al
suo posto, immerso in profondi pensieri.
"Le novelle marinaresche di mastro
Catrame"
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