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La croce di Salomone
Alla quarta novella di mastro Catrame, nessun uomo
dell'equipaggio si fece vivo. Tutti avevano paura delle
funebri leggende di quel vecchio, tremavano ad ogni
rumore che si udiva nel fondo della stiva, paventando la
comparsa dei fantasmi del Caronte; impallidivano se una
nave qualunque passasse all'orizzonte, nel pensiero che
fosse quella dell'olandese maledetto, e trasalivano ogni
volta che le onde muggivano più forte contro i fianchi
del vascello, credendo di udire la campana dell'inglese
o di veder comparire il re del mare.
Ne avevano fin troppo di quelle leggende, e se papà
Catrame continuava su quel tono, molto probabilmente
nessuno sarebbe più rimasto a bordo, appena la nave
avesse toccato i porti dell'India.
Quella sera papà Catrame rimase un bel pezzo solo,
seduto sul barile; ma egli non parve inquietarsi di ciò.
Trasse di tasca un largo foglio di carta, prese un pezzo
di carbone, scrisse alcune righe con un carattere zoppo
e gobbo, ed appiccicò quella specie di cartello
sull'albero di maestra.
Ciò fatto, tornò al suo barile, si accomodò meglio che
poté e, accesa la vecchia sua pipa, si mise a fumare
come un turco.
Tutti avevamo notato la singolare manovra del vecchio e,
spinti da una irresistibile curiosità, ci avvicinammo
all'albero per vedere cosa stava scritto sul foglio.
Ci volle non poca fatica a decifrare quegli sgorbi,
poiché mastro Catrame scriveva come un marinaio, facendo
certe aste grosse e certe code che non si sapeva dove
andavano a terminare. Alla fine però riuscimmo a leggere
fra la più alta meraviglia la seguente bizzarra
dicitura: «Come una croce di Salomone facesse diventare
mastro Catrame re di un'isola!»
- Cosa significa quella roba li? - chiese un gabbiere.
- Perbacco! - esclamò il capitano. - È il titolo della
novella di stasera.
- Come! Papà Catrame è stato re?... - esclamarono tutti.
- Lo dice lui.
- Che storia è mai questa?
- E c'entra una croce di Salomone!
- Papà Catrame è impazzito!
- L'inglese gli ha tirato le gambe e la paura gli ha
sconvolto il cervello.
- Silenzio! - esclamò il capitano con tono imperioso. -
Non si giudicano le persone prima dei fatti... Marche!
Andiamo a udire la novella del vecchio lupo!...
Quando papà Catrame ci vide tutti intorno seduti dinanzi
al suo barile, ci guardò con un sorriso di compiacenza e
si stropicciò allegramente le mani. Senza dubbio era
contento della sua trovata originale per farci
accorrere.
- Tu, papà Catrame, ci prometti stasera una storia
meravigliosa - disse il capitano, - e pare che questa
volta non c'entrino né vascelli fantasmi, né morti che
suonano le campane. Se ci farai stare allegri ti
prometto non una, ma sei bottiglie di vino di Spagna, di
quello che fa andare in solluchero gli uomini della tua
età.
- Sarò allegro, - rispose il mastro con un sorriso
sardonico.
- Niente leggende dunque, stasera?
- La leggenda entra sempre nelle mie narrazioni.
Il capitano fece una smorfia di malcontento; ma papà
Catrame lo rassicurò con un gesto.
- Se fosse una storia sinistra, non sarei qui a
raccontarla, - disse. - Toccò a me; ma sebbene abbia
corso un brutto pericolo e per poco non sia stato messo
allo spiedo come un capretto, non è punto paurosa.
- Apri per bene il becco e canta, vecchio mio.
- Le trombe! - esclamò mastro Catrame. - Ecco un
fenomeno che fa raddrizzare i capelli ai più vecchi e ai
più audaci marinai, che fa impallidire i capitani e gli
ufficiali e quasi morire di paura i passeggeri che si
avventurano sull'oceano.
- Chi di noi non ha tremato di spavento all'avvicinarsi
di quelle colonne d'acqua turbinose, che sconvolgono il
mare, che abbattono quanto incontrano sul loro passo,
che travolgono le navi più gigantesche, sollevandole
come semplici pagliuzze, per poi cacciarle rotte
capovolte in fondo agli abissi? Chi non...
- Olà! papà Catrame, - disse il capitano
interrompendolo. - Cosa c'entrano le trombe colla croce
di Salomone, il tuo regno e il tuo spiedo?
- Un po' di pazienza, signore.
- Lascia le trombe marine e tira avanti, dunque. Tutti
le conosciamo, perbacco!
- Voi forse avrete udito parlare del tremendo naufragio
dell'Albert nell'Oceano Pacifico, parecchi anni or sono,
al 14° di latitudine sud e al 204° di longitudine est.
- Lo udii narrare quando ero ragazzo, - rispose il
capitano. - So che fu sollevato da una tromba marina e
poi cacciato a fondo.
- Sapete per quale motivo si perdette?
- No! - esclamarono tutti.
- Per una croce di Salomone che il mastro di bordo non
ebbe il tempo di fare.
- Oh! - esclamarono i marinai con tono incredulo, mentre
il capitano rideva a crepapelle.
- Ascoltate e poi giudicate, - aggiunse mastro Catrame
imperturbabilmente. - Come vi sarete già immaginato, io
facevo parte dell'equipaggio dell'Albert, un grande
veliero che batteva bandiera inglese e che era destinato
al trasporto degli emigranti dal Celeste Impero nella
California.
- Avevamo già attraversato quattro volte il grande
oceano e, quantunque poche volte lo avessimo trovato
degno di chiamarsi Pacifico, pure nulla di grave ci era
mai toccato. Durante il quinto viaggio, nei pressi
dell'arcipelago dei Navigatori, che si chiama anche di
Samoa, ecco un furioso uragano assalire la nostra nave.
- Si lotta disperatamente per non venire trascinati
verso una delle tante isole che ingombrano quel grande
mare, sapendo che erano popolate da certi brutti musi
color cioccolatta e regolizia, i quali hanno la brutta
abitudine di cacciare nella pentola o di mettere allo
spiedo quei disgraziati che il loro buon padre -
l'oceano - spinge sulle loro spiagge. Tutti i nostri
sforzi riescono vani. La nave traballa come un marinaio
che ha bevuto tre bottiglie di rhum, si rovescia ora sul
babordo ed ora sul tribordo, imbarcando vere montagne
d'acqua; i suoi alberi oscillano come fossero per andare
in pezzi; la prora, percossa sempre più furiosamente,
comincia a fendersi, e l'oceano fa la sua comparsa nella
stiva.
- Si poteva ancora sperare; ma no, ché il diavolo volle
metterci anche lui la coda. Erano le quattro
pomeridiane, non un minuto di più né di meno, quando
vedemmo staccarsi dalla massa delle nubi una specie di
cono. A poco a poco si allunga, si raccorcia, poi torna
ad allungarsi, come se venisse attirato da una forza
misteriosa.
- Sotto a quella specie di tromba il mare si alzava a
spaventosa altezza, poi ricadeva, formando una specie di
vortice, indi tornava ad alzarsi come se avesse una
voglia matta di stringere la mano a quel pezzo di nube.
- Quel brutto gioco durava da dieci minuti, quando
finalmente mare e nube si unirono. Ecco la tromba
formata, ma quale tromba! Era una colonna grossa quanto
un'isola; la nube aspirava il mare con furia estrema, il
vento la portava con un moto rotatorio vertiginoso e la
spingeva addosso a noi che non eravamo più in grado di
evitarla, poiché il timone si era spezzato e tutte le
nostre vele erano ridotte a pochi brandelli...
Papà Catrame si fermò per riprendere lena e per vuotare
un altro bicchiere di Cipro; poi, guardandoci fissi, ci
chiese bruscamente:
- Credete voi all'efficacia della croce di Salomone?
- Sì, - risposero alcuni.
- No, - dissero altri.
Il capitano invece si strinse nelle spalle e sorrise
beffardamente.
- Allora dirò, a quelli che non credono, che non hanno
mai provato a fare una croce di Salomone dinanzi a una
tromba marina, poiché, se l'avessero fatta, avrebbero
veduto la terribile colonna d'acqua rompersi
all'istante, - disse mastro Catrame con un tono
cattedratico. - Credete voi che i nostri vecchi non
abbiano spezzato delle trombe, per insegnare a noi
questo mezzo infallibile? Ora si dice che vi sia un
altro mezzo. Ma che! È la croce che ci vuole, e ve lo
dice papà Catrame!
- L'ho veduta fare non una, ma dieci, venti, cinquanta
volte, e la tromba si è rotta sempre prima di giungere
addosso alla nave, oppure ha girato al largo. Bastava
che il più vecchio marinaio di bordo si recasse a poppa,
tracciasse la magica croce o sul coronamento o sulla
ribolla[8] del timone e la colonna roteante si
sfasciava.
- Ma basta; ripigliamo la narrazione, o non la finirò
prima di domani mattina. Aspettate un po'!... ah sì! per
mille boccaporti!... È proprio così: la tromba si
avvicinava con rapidità vertiginosa e noi ci trovavamo
nell'assoluta impossibilità di evitarla. Bisognava
adunque tracciare subito la croce, o per noi era proprio
finita.
- Il nostro mastro o bosmano, come lo chiamano i marinai
d'oltre Manica, un vecchio di non so quanti anni, per la
prima volta in vita sua perde la flemma e la rigidità
della sua razza, e corre, anzi vola verso poppa per
tracciare sul coronamento la magica croce. Ma anche in
questo disgraziato viaggio, ecco messer Belzebù che ci
mette la sua coda, e il povero bosmano scivola
rompendosi la testa.
- La tromba, non più frenata dalla potenza misteriosa
della croce, ci piomba addosso, ci investe, ci alza in
aria. Se dovessi dirvi cosa ho veduto e provato in quel
momento, vi giuro che non saprei farlo nemmeno oggi.
- Ho udito un frangersi di legnami, un laceramento di
vele, poi fischi strani, muggiti orribili, e ho veduto
turbinare la nave fra il mare e le nubi, in mezzo a una
immensa colonna d'acqua. Mi sono sentito sollevare a
prodigiosa altezza, poi mi sono trovato, non so ancora
come, sotto le onde. Quando tornai a galla non vidi più
né la tromba, né la nave, né i miei compagni; però tutto
all'intorno galleggiavano, urtandosi furiosamente, pezzi
di fasciame, pezzi d'alberi, antenne, casse, botti e non
so quanti altri oggetti.
- La catastrofe era completa; l'Albert era stato
inghiottito dalla tromba marina, dopo di essere stato
disarticolato dalla violenza dell'acqua.
- Ero io l'unico superstite di quel tremendo naufragio,
o qualche altro si trovava presso di me? Pel momento non
riuscii a saperlo, poiché nessuna voce umana rispose
alle mie disperate grida. Più tardi però, un anno o due
dopo, appresi con gioia che parecchi miei compagni si
erano miracolosamente salvati e fra loro anche quel
disgraziato bosmano, unica causa della perdita dell'Albert.
Ah! se quel malaugurato inglese non avesse avuto tanta
fretta, forse sarei ancora a bordo di quel magnifico
veliero e chissà con quale paga!...
Papà Catrame mandò un sospirone lungo quanto la gomena
di un'ancora, che mise in allegria tutto l'uditorio,
prese animo mandando giù una mezza bottiglia che il
camerotto[9] gli porgeva, si pulì le labbra col dorso
della mano e continuò la narrazione.
- Vi confesso che avevo indosso una grande paura nel
trovarmi solo sull'immenso oceano, in balìa delle onde
che mi cacciavano in corpo non so quanti bicchieri
d'acqua, facendomi sternutare come chi fiuta tabacco per
la prima volta. E avevo maggior paura sapendo di
trovarmi in paraggi abitati da non pochi di quei
divoratori di marinai che si chiamano pescecani. Non
volevo però morire prima di lottare e disputare la mia
pelle alle onde, dibattendomi come il diavolo nell'acqua
santa.
- Dopo di aver errato una buona mezz'ora, ora spinto
innanzi, ora indietro, ed ora sballottato con molto poca
gentilezza, raggiunsi finalmente un rottame dell'Albert.
Era un pezzo della nostra cucina, la coperta se non
m'inganno, e mi faceva molto comodo, tanto anzi che mi
vi sdraiai sopra e, non lo crederete, mi addormentai
d'un sonno così profondo che vi assicuro non mi avrebbe
svegliato nemmeno la gran campana di Pechino.
- Figuratevi quale fu il mio stupore quando, riaperti
gli occhi, mi trovai non più sul tetto della mia cucina,
non più sull'oceano, ma mollemente disteso sopra la
fresca erba, all'ombra di superbi alberi che avevano
foglie lunghe un paio di metri, non so più se fossero
cocchi artocarpi o areche; ma ciò poco conta.
- Mi levai a sedere credendomi lo zimbello d'un sogno, e
solo allora mi accorsi che ero circondato da trenta o
quaranta brutti musi, color del pepe e della cioccolatta,
nudi come Adamo, cioè no, poiché portavano un anello
infilato nel naso, e sul capo due o tre penne d'uccelli
del paradiso.
- Vedendomi ancor vivo, quei furfanti sbarrarono certe
bocche da mettere i brividi. Pareva che loro si aprisse
mezza la testa d'un sol colpo, e mostravano certe file
di denti da fare invidia a un coccodrillo. Ridevano come
pazzi battendosi il ventre con ambe le mani, e si
stropicciavano l'un l'altro il naso con tale energia da
allungarlo mezzo palmo.
- Credetti di venire colto dalla febbre terzana, e ne
avevo ben il motivo, non ignorando che quegli allegri
messeri hanno la brutta abitudine di mangiare i
naufraghi, e mi pareva di sentirmi precipitare in un
pentolone a bollire colla salsa verde o di sentirmi
passare attraverso il corpo un immane spiedo.
- Vi giuro che in quel momento mandai di cuore alla
malora quel furfante di bosmano, causa unica di tutte le
mie disgrazie, poiché se quella benedetta croce...
- Sappiamo il resto, papà Catrame, - interruppe il
capitano. - Lascia lì la croce di Salomone e tira
innanzi, che sono curioso di sapere come finì il tuo
regno.
- Ripiglio il filo, - disse il mastro. - La mia paura
durò pochi minuti, poiché colla più grande sorpresa vidi
quei selvaggi, che a prima vista avevo scambiato per
antropofaghi voracissimi, usarmi mille sorta di
cortesie. Gli uni mi strofinavano le membra, gli altri
mi rinfrescavano con certi ventagli di foglie o mi
offrivano frutta o venivano a strofinare il loro naso
contro il mio in segno di amicizia, usando gl'isolani
del Pacifico salutarsi in questo bizzarro modo.
- Quando mi videro tranquillo e sazio, con cenni mi
invitarono a seguirli e mi condussero in un grande
villaggio, dalla cui popolazione venni accolto con
grandi dimostrazioni di gioia. Colà mi posero in capo
una corona di piume, mi passarono nel naso un anello di
rame e mi condussero finalmente in una comoda capanna,
facendomi capire che d'ora innanzi io ero il loro re!
- «Corbezzoli!» - esclamai. - «Mai marinaio fu così
fortunato!»
- Più tardi però dovevo accorgermi che specie di fortuna
era quella toccatami! Mi sento ancora venire i brividi,
tutte le volte che ci penso.
- Ma non divaghiamo. Eccomi adunque re di quell'isola in
causa di quella disgraziata croce. I miei sudditi si
facevano in quattro per portarmi i prodotti più
succulenti della terra e del mare. Nella mia capanna
piovevano tutte le mattine pesci d'ogni specie,
maialetti arrostiti con certe radici appetitose, frutta
squisite e vasi ripieni d'una specie di birra assai
piccante. Figuratevi se papà Catrame, che è sempre stato
un gran divoratore, come lo sono in generale tutti i
marinai, non approfittava di tanto ben di Dio! Mangiavo
come un lupo tre colazioni al mattino, due pranzi nel
pomeriggio e tre o anche quattro cene durante la notte.
In capo ad un mese ero diventato tanto grasso che
dovetti far allargare la porta della mia regale dimora e
rifare quattro volte il mantello di tela di gelso
regalatomi dal mio popolo.
- Non esito a credere che sarei diventato grosso come un
elefante o per lo meno quanto un rinoceronte, se avessi
continuato quella vita beata; ma così non doveva
avvenire.
- Un bel mattino, anzi un brutto mattino, ricevo la
visita di sei grandi dignitari, sei capi valorosi, ma
anche maestri di gastronomia, a quanto seppi poi.
Credetti che venissero a trovarmi per affari riguardanti
il mio regno, anzi mi ero messo in capo l'idea che
venissero a trattare il mio matrimonio con qualche
bellezza color regolizia, onde la mia dinastia non si
spegnesse con me; ma indovinate quale fu la mia
meraviglia quando li vidi avvicinarsi con certe facce
sospette, che tradivano un'ardente bramosia, ed
esaminarmi con profonda attenzione, palpandomi le
braccia e le cosce. Li udii discorrere tra di loro in
una lingua che non conoscevo, poi mi fecero un profondo
inchino e se ne andarono.
- Rimasi perplesso, non sapendo a cosa attribuire quella
accurata visita. Credetti che i miei sudditi avessero
paura che io non mangiassi abbastanza e che deperissi,
sicché quel giorno feci sei colazioni, quattro pranzi e
cinque cene. Ahimè! dovevano essere le ultime!
- Alla sera, mentre stavo digerendo tranquillamente la
mia quinta cena, ecco tornare i sei visitatori
accompagnati dal cuoco di corte e sottopormi ad un'altra
minuziosa visita. Quand'ebbero terminato se ne andarono
con un nuovo e più rispettoso inchino: mentre però
uscivano, udii queste misteriose parole:
«È fissato per domani! Siamo intesi!»
- Cominciai a pensare seriamente. Cosa c'entrava il
cuoco di corte? Quell'uomo non era un alto dignitario e
avevo ben diritto di offendermi di quella mancanza di
etichetta. E poi, a che intendevano di alludere con quel
«a domani»? Diventai inquieto e andai a cercare il mio
primo ministro.
- Lo trovai in cucina occupato a far pulire un pentolone
così grande da contenere due uomini!...
- Potete immaginare se rimasi stupito. Come mai il mio
primo ministro si occupava del vasellame di cucina?
- «Kara-Olo!» - esclamai con severo cipiglio. - «È così
che voi curate gli affari dello Stato? Poffare! un
ministro che fa lavorare i guatteri!... Vergognatevi,
pezzo d'asino!...»
- «Maestà», diss'egli umilmente. - «Procuro che tutto
sia pronto pel grande banchetto di domani».
- «Un banchetto?» - esclamai. - «Forse che il mio popolo
intende di offrirmi un pranzo nazionale?»
- Questa volta fu Kara-Olo che mi guardò con sorpresa.
- «Ma siete voi che date il pranzo alla popolazione!» -
esclamò.
- «Io!...»
- «Ma sì, maestà», - rispose candidamente il mio primo
ministro. - «Siete abbastanza grasso, e stavo misurando
questa pentola per assicurarmi se era capace di
contenervi!...»
- Compresi tutto fin troppo! Si stava per mangiare il
re, Catrame I! Era per questo che mi avevano portato
tante e tante ghiottonerie! Rimasi un bel pezzo senza
respirare e senza muovermi. Io scommetto che in quel
momento dovevo essere bianco come un gabbiano e che, se
mi avessero aperta una vena, non sarebbe uscita una sola
goccia di sangue.
- Mi trascinai nel mio appartamento, bagnato da capo a
piedi d'un gelido sudore. Non so quante ore rimasi
accasciato sul mio trono. Quando tornai in me, la notte
stava per andarsene, ma un silenzio assoluto regnava
ancora nel mio villaggio. Avevo preso una risoluzione
disperata.
- Presi un pennello tinto di nero e vergai, con mano
abbastanza sicura, queste parole sulla parete della mia
regale dimora:
RINUNCIO AL TRONO: MANGIATE IN MIA VECE IL MIO PRIMO
MINISTRO. - CATRAME I
- Diedi un pugno alla mia corona, aprii il mio coltello
da marinaio, che avevo gelosamente conservato, infilai
la porta, attraversai il bosco e, giunto sulla riva del
mare, balzai in una canoa, abbandonando senza rimpianto
il mio regno e i miei sudditi.
- Otto giorni dopo venivo raccolto da un bastimento
danese. La paura di venire raggiunto e messo a cuocere
nella salsa verde e la fame m'avevano ridotto in così
breve tempo a pelle ed ossa.
- Se i miei ex sudditi mi avessero veduto, non so di
quanto si sarebbero allungati i loro nasi.
E così, - disse il capitano, - tu, papà Catrame, per una
croce di Salomone non fatta sei diventato re. Bella
fortuna, perbacco!...
- Tanto bella, signore, - rispose papà Catrame con
gravità, - che vi avrei regalato la mia corona col
massimo piacere.
- Sarei almeno diventato grasso.
- Per ingrassare poi i vostri sudditi. Buona notte:
torno nella mia cala!...
- Un momento, Catrame.
- Desiderate, capitano?
- Darti un consiglio. Quando vedrai una tromba marina,
lascia andare la croce di Salomone, che è stata
inventata per gli sciocchi o per i superstiziosi, e fa'
sparare un colpo di cannone; senza palla, se così ti
piace. Basterà la detonazione per romperla: te lo
assicuro io. Buona notte, Catrame, primo ed ultimo!
"Le novelle marinaresche di mastro
Catrame"
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