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La campana dell'inglese
Anche durante la terza giornata papà
Catrame non comparve in coperta. Voleva essere solo per
frugare nei vecchi ricordi, onde prepararci una delle
sue funebri leggende, o l'età gli pesava troppo sul
groppone? Chi può dirlo?
Quando però alla sera lasciò la cala e salì sul ponte,
mi parve che fosse di cattivo umore. Non salutò nessuno,
non guardò né il mare, né l'alberatura, e non chiese se
fosse accaduto alcunché di straordinario. Andò a sedersi
sul suo barile, si prese il capo fra le mani e parve
assopito.
Dovevamo aspettarci qualche paurosa storia, poiché il
narratore non era d'un umore da farci ridere. Cosa mai
ruminava nel suo vecchio cervello imbevuto di
pregiudizi?
Niente d'allegro di certo, tanto più ch'egli era un
vecchio triste come le leggende che ci raccontava, e
fantastico come le popolazioni che vivono sotto i
nebbiosi orizzonti dei mari del nord.
- Papà Catrame, - disse il capitano, - cosa ti frulla
pel capo questa sera, che hai un viso da funerale?
- Sono triste, - rispose il vecchio, scuotendosi.
- Forse che il mio Cipro ti mette indosso la malinconia?
Se è cosi, andrò a torcere il collo a quel birbone di
musulmano che me lo ha venduto.
- Il vostro Cipro è eccellente.
- Forse che sei ammalato?
Papà Catrame scosse il capo, come per dire di no; poi
alzò lentamente gli occhi e, fissandoli su di noi,
disse, con voce che faceva un certo senso: - Credete voi
alla campana dei morti?
Ci guardammo in viso l'un l'altro con stupore, misto a
una certa paura. Di quale campana intendeva parlare il
vecchio mastro?
Non rispondendo nessuno, chiese: - Avete mai udito
suonare la campana sotto il mare, durante le tempeste,
prima o dopo una disgrazia?
- Papà Catrame, - disse il capitano, - vaneggi, o
sogni?...
- No, - rispose il vecchio con energia, - non sogno e
non vaneggio; e qualcuno di voi deve averla udita
qualche volta.
- Le antiche storie narrano, - diss'egli, dopo alcuni
istanti di silenzio, - che durante le tempeste, le
vittime del mare salgono alla superficie e suonano la
campana, per chiedere ai naviganti una prece. Voi
sorridete ora, perché non credete alle vecchie
narrazioni marinaresche; ma aspettate un po'! Più tardi,
voi tutti che mi ascoltate, crederete alla campana dei
morti, perché papa Catrame l'ha udita suonare in mezzo
all'ampio oceano.
- Che storia funebre dev'esser quella che ci
racconterai! - disse il capitano. - Se continui di
questo passo, spaventerai tanto questi miei lupicini,
che al primo approdo scapperanno tutti, per non
ritornare più mai sul mare.
Papà Catrame alzò le spalle, accese il suo pezzo di
sigaro per umettarsi la lingua, poi cominciò la sua
terza novella, fra l'attenzione generale.
- Avevo stretta amicizia con un marinaio inglese,
imbarcato sullo stesso legno che io montavo. Non saprei
proprio dirvi che tipo fosse: era stravagante,
eccentrico come tutti i suoi compatrioti, superstizioso
come una femminuccia e di umore sempre tetro.
- Parlava poco, beveva invece molto, e quando
traballava, non faceva che parlare dei morti, poiché
aveva sempre una lugubre idea nel cervello, quella di
morire molto presto.
- Ogni volta che la nave lasciava un porto, egli veniva
a bordo colle tasche completamente vuote, convinto che
quello doveva essere l'ultimo viaggio. Del resto, era un
eccellente camerata, con un cuore grande assai, e pagava
sovente da bere ai compagni più poveri, faceva piaceri a
tutti, e, soprattutto, era un bravo marinaio, rispettoso
verso gli ufficiali, audace nelle tempeste e buon
cristiano; poiché quantunque inglese di nascita, era
irlandese di origine, e voi sapete che gl'irlandesi sono
cattolici come noi.
Mastro Catrame si grattò la testa, come per fare
scaturire dal cervello qualche cosa, poi disse: - Si
chiamava... Aspettate un po'... la memoria si è fatta
debole, e non ha mai ritenuto i nomi... Sì,... è
così,... quell'originale si chiamava Morthon, un nome
non allegro, come ben vedete; e forse per questo parlava
sempre di morti.
- Avevamo lasciato i porti dell'America del Sud, diretti
alle isole Mascarene, non ricordo più se a quella di
Borbone, o a quella dell'Unione. Morthon, fedele alle
sue abitudini, aveva dissipato nelle taverne del Brasile
e della Repubblica Argentina tutti i suoi risparmi, ed
era tornato a bordo un'ora prima della partenza, colle
tasche penzolanti.
- Avevo notato però che si era imbarcato di assai
cattivo umore, e che il suo viso, butterato dal vaiolo,
aveva un'aria da funerale, come dovevo averla io poco
fa, quando lo disse il capitano. Presentiva forse la sua
imminente fine? Io lo credo, poiché quel povero marinaio
non doveva più rivedere né le nebbiose spiagge della sua
Inghilterra, né le verdeggianti sponde della Erinni
(Irlanda).
- Un giorno, o meglio, una sera, che eravamo di quarto
sul ponte, egli mi si avvicinò col viso disfatto, gli
occhi strabuzzati, e mi chiese: «L'odi tu?…»
- «Che cosa?» - domandai io sorpreso.
- «Non odi proprio nulla?»
- «Nulla, fuorché il vento che geme fra il sartiame e le
vele«.
- «È strano!» - disse.
- «Compare Morthon, hai sonno stasera: va' nella tua
cuccia», gli dissi.
- Egli mi guardò con due occhi pieni di terrore, e si
allontanò più tetro che mai.
- La sera seguente eccolo avvicinarsi ancora a me, col
viso ancora stravolto e bagnato di un freddo sudore, e
farmi le stesse domande. Io cominciavo a credere che il
cervello di quel povero inglese si fosse guastato, e non
vi feci più caso.
- Cinque sere dopo, trovandoci noi quasi in mezzo
all'Atlantico australe, Morthon, che di giorno in giorno
diventava più cupo e più taciturno, mi afferrò
bruscamente per un braccio serrandomelo come una morsa,
e trascinatomi violentemente verso poppa, mi chiese con
voce affannosa:
- «Ma non l'odi tu?»
- «Tu sei pazzo, Morthon», - gli risposi. - «Quale
strana idea tormenta il tuo cervello?»
- Egli mi guardò fisso, quasi non credesse alle mie
parole, poi emise un profondo sospiro, come se gli si
fosse levato di dosso un gran peso che gli opprimeva il
cuore, e si terse il sudore che gl'inondava il pallido
viso.
- «Non m'inganni tu?» - chiese dopo pochi istanti. -
«Non odi proprio nulla? Ascolta bene, Catrame, ascolta
attentamente».
- Mi curvai sul bordo, tesi per bene gli orecchi e
ascoltai a lungo, ma nessun suono strano giunse fino a
me all'infuori del rompersi delle onde. Guardai Morthon;
egli mi fissava con due occhi da far paura, con
un'ansietà estrema, come se dalla mia risposta
dipendesse la sua vita.
- «Non odo nulla che possa spaventarti tanto», - gli
dissi. - «Parla: cosa odi tu?»
- «Ho udito suonare poco fa una campana, e sono cinque
sere che quei funebri rintocchi giungono ai miei
orecchi», - mi rispose con voce rotta.
- Lo guardai con spavento. Un'antica leggenda
marinaresca dice che, quando un marinaio ode la campana,
è segno che sta per morire, poiché è la campana dei
camerati che riposano nel fondo degli abissi oceanici
che lo chiama. Se Morthon la udiva, evidentemente stava
per morire, poiché i compagni lo aspettavano nell'umida
tomba, nel regno dei coralli.
- Non volli spaventarlo, e gli dissi che era una pazzia
il credere alle antiche leggende, che la sua era un'idea
fissa nel cervello, e che non s'inquietasse. Non mi
rispose: s'allontanò pensieroso, tetro, borbottando fra
sé non so quali parole.
- Non lo rividi più per parecchi giorni. Seppi poi che
si era ammalato, e che di quando in quando veniva colto
da accessi furiosi. Due settimane dopo ricomparve in
coperta, e appena mi vide, mi disse: «Catrame, so che
sono condannato, perché la campana la odo sempre. Se
morrò, ricordati di me; e quando mi getteranno in mare,
recita una prece pel tuo vecchio camerata. Ma bada,
Catrame! Se tu ti dimenticassi, verrei anch'io a
suonarti la campana...»
- La sera stessa una violenta bufera si scatenava
sull'Atlantico, nella notte Morthon cadeva dalla cima
del contropappafico, sfracellandosi il cranio sui
gradini del ponte di comando!... La campana de naufraghi
l'aveva chiamato!...
Papà Catrame si fermò: pareva in preda ad una viva
emozione, ed era diventato più pallido del solito.
Afferrò la bottiglia di Cipro, ne tracannò una buona
metà, come se volesse soffocare quei dolorosi ricordi,
poi, con voce lenta, monotona, riprese: - All'indomani,
mentre continuava a imperversare la tempesta, il
cadavere del disgraziato mio camerata veniva gettato in
mare, senza che si potesse recitare l'uffizio dei morti,
poiché le onde non ci davano tregua e la nave correva
serio pericolo. In mezzo a quella confusione non mi
ricordai le ultime parole del morto, e la prece andò in
fumo.
- Non pensavo quasi più a Morthon, quando la terza notte
dopo la sua morte, mentre il mare era tranquillo e a
bordo regnava un profondo silenzio, udii squillare in
fondo agli abissi una campana.
- Credetti di essermi ingannato, e mi curvai sul bordo
per meglio ascoltare. Sotto le acque io udii
distintamente suonare una campana; rabbrividii, e
credetti per un momento d'impazzire per lo spavento.
Morthon manteneva la sua promessa!
- M'inginocchiai sulla prua della nave, e mormorai una
prece per l'anima del povero inglese. Subito quel
funebre suono cessò, né da quella sera più mai lo udii.
Noi rimanemmo tutti silenziosi, guardando con spavento
papà Catrame, e, tendendo gli orecchi, ci pareva di
udire echeggiare sotto le onde dell'Oceano Indiano la
campana dell'inglese. Uno scroscio di risa ci strappò
dal nostro raccoglimento.
Era il capitano che così rideva.
- Che lugubre storia! - diss'egli. - Dimmi, papà
Catrame: avevi bevuto molto quella sera?
Il vecchio lanciò su di lui uno sguardo irato, poi
rispose: - Nemmeno un sorso d'acqua.
- Allora sei stato ingannato, vecchio mio.
- Forse che i vostri famosi scienziati hanno trovato la
spiegazione di quel funebre suono? - chiese il mastro
con pungente ironia.
- Gli scienziati non c'entrano; ma la spiegazione te la
darà un uomo di mare.
- Ah! - esclamarono i marinai con tono incredulo.
- Dimmi, Catrame, - riprese il capitano, - quando udisti
la campana, dove si trovava la tua nave?
- Presso l'isola di Los Picos.
- Allora ti dirò che il suono veniva di là.
- Ecco una cosa che non crederò mai, signore.
- E perché?
- Perché non ci sono né chiese, né conventi colà.
- Lo so.
- E nemmeno uomini.
- Lo so.
- E dunque? Che l'abbiano suonata le rocce?
- No: le onde, - rispose il capitano con voce solenne.
- Voi mi fate impazzire! - esclamò il mastro; - non vi
comprendo più.
- Catrame, - riprese il capitano dopo alcuni istanti di
silenzio, - quando presso ad un'isola deserta contornata
da banchi o da scogliere pericolose non vi è un faro che
avverta le navi, sai che cosa si mette?
- Non lo so, - rispose il mastro brusco brusco.
- Si mette una botte galleggiante o un gavitello
qualunque sospendendo a una gabbia di ferro una campana.
- Concludo: il tuo inglese era un pazzo, un maniaco che
si era fisso in capo di morire, e il suono funebre che
tu hai udito, veniva dalla campana collocata per ordine
dell'Ammiragliato inglese presso i banchi di Los Picos,
onde avvertire le navi del pericolo. Non erano né i
morti né gli uomini che la suonavano, ma semplicemente
le onde che scuotevano il galleggiante gavitello. Hai
capito, vecchio superstizioso?
In quell'istante nel ventre del nostro legno udimmo
echeggiare un campana. Ci alzammo tutti di scatto,
pallidi, atterriti; papà Catrame, cadde dal barile,
emettendo un grido.
Il capitano proruppe in una seconda e più clamorosa
risata.
- Ecco cosa fa la paura! - disse. - Credete che sia la
campana de morti, e invece è la nostra che chiama alla
guardia gli uomini di quarto!... Buona sera, papà
Catrame, e bada che l'inglese non venga, qui sta notte,
a tirarti le gambe!
"Le novelle marinaresche di mastro
Catrame"
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