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Il passaggio della linea
Per tutto il giorno seguente papà
Catrame non comparve sul ponte della nave. Rintanato
nella cala, aveva dormito come un ghiro, russando come
una trottola d'Allemagna. Svegliatosi, sorseggiò ciò che
era rimasto nella bottiglia e divorò con un appetito da
pescecane la razione recatagli dai mozzi.
Del resto, la sua presenza in coperta non era
necessaria, poiché il tempo si manteneva tranquillo,
l'oceano era liscio come uno specchio, e il vento
debole.
Quando però il sole scomparve all'orizzonte e la luna si
alzò in cielo, riflettendosi vagamente nell'azzurra e
limpida superficie del mare, si udì la scala del
boccaporto maestro scricchiolare, e poco dopo si vide
apparire il vecchio marinaio.
Aspirò avidamente una boccata d'aria marina, percorse il
legno da prua a poppa, con quel suo dondolamento che lo
faceva rassomigliare a un orso bianco, diede una
sbirciata alle vele senza guardare in viso nessuno,
caricò flemmaticamente la sua corta pipa, nera come la
camicia di uno spazzacamino, poi andò a sedersi con
tutta gravità sul barile e parve immerso in profondi
pensieri.
Tosto i marinai, a due, a tre alla volta, i più
coraggiosi prima, i paurosi poi, ed i superstiziosi
ultimi, s'avvicinarono silenziosamente al vecchio
marinaio, circondandolo. Il capitano fu l'ultimo a
giungere, tenendo in mano un'altra bottiglia.
Tutti rispettavano il raccoglimento del vecchio, e certo
nessuno avrebbe osato strapparlo alle sue meditazioni;
ma la pazienza non era la virtù del capitano.
- Olà, papà Catrame, sei morto? - gli chiese.
II vecchio alzò il capo e, fissando il comandante, gli
domandò a bruciapelo: - Credete al re del mare, voi?
Il capitano scoppiò in una risata fragorosa, ma nessun
marinaio lo imitò. Bensì tutti lo guardarono con
stupore, come se fossero meravigliati che egli non
prestasse fede a ciò che narrava papà Catrame.
Il lupo di mare non mostrò tuttavia di offendersi, però
la sua fronte si corrugò, e, battendo con quelle mani
callose e irte di nodi i bordi del barile, esclamò: - Me
lo direte poi!
Ricadde nelle sue meditazioni, ma per pochi istanti,
poiché ad un tratto si scosse, come se avesse trovato
quello che cercava nei suoi lontani ricordi, e disse: -
Oggi non si costuma più; i lodevoli usi degli antichi
marinai sono messi da un lato come ferravecchi
inservibili, e non si crede che valga la pena di rendere
omaggio a Nettuno, il re degli abissi marini. Che
importa se le navi affondano più spesso che una volta?
Sono casi, dicono gli scettici; sono accidenti,
affermano gli spregiudicati. Al diavolo le superstizioni
dei vecchi marinai! Lasciamo da parte le leggende,
distruggiamo tutto, ché il mondo deve rifarsi. Non è
cosi?
Papà Catrame fece udire un riso stridulo, beffardo, che
aveva un non so che di strano, e che parve si ripetesse
fino in fondo alla stiva.
- La linea! - riprese poi. - Chi oggi, passando la
linea, rende omaggio al re del mare? Peuh! Hanno altro
pel capo i marinai moderni, che di pensare a Nettuno! Ma
quale vendetta si prende talora questo re del mare! Oh
che! credete forse che gli antichi marinai abbiano
inventato la cerimonia per far ridere voi,
spregiudicati? O credete che un tempo pensassero a
divertirsi frammezzo alle onde incalzanti e ai sibili
diabolici del vento? No, no; e papà Catrame, se così vi
parla, ne ha il motivo.
- Voi siete giovani, e nulla sapete sul passaggio della
linea, che oggi si celebra al più con una innaffiata del
ponte; ma un tempo era una cerimonia importante, e
nessun marinaio, per quanto audace, avrebbe osato
passarvi sopra, poiché la vendetta di Nettuno presto o
tardi lo avrebbe infallantemente colpito.
Ora ve lo proverò.
Papà Catrame rattizzò la pipa col suo pollice
incombustibile, sorseggiò un buon bicchiere che gli
offriva il capitano, reclamò con un gesto maestoso il
più assoluto silenzio, e dopo di essersi accomodato sul
barile, principiò la sua seconda e non meno interessante
narrazione.
- Un destino strano, incomprensibile, mi spinse sempre a
prendere imbarco sulle peggiori navi della nostra
marina; e io non le cercavo, veh! Quasi tutti i capitani
che ho servito nella mia lunga, lunghissima carriera
marinaresca, erano bestemmiatori o scredenti. Non
badavano alle nostre tradizioni, non badavano ai nostri
vecchi usi, non credevano né alle sirene, né alle figlie
della spuma, né ai mostri marini, a nulla insomma.
- Mi ero imbarcato in qualità di gabbiere su di una
vecchia corvetta, di cui ora non ricordo il nome, poiché
sono passati da quell'epoca lunghi anni. Era una gran
nave però, buona veliera, un po' vecchia, sì, ma colle
costole ancora robuste, destinata ai lunghi viaggi
dell'Oceano Atlantico e dell'Indiano, e perciò costretta
a passare sovente la linea equatoriale.
- Il capitano aveva sempre, fino allora, conservato
l'usanza di rendere il dovuto omaggio al re del mare,
quando dall'emisfero settentrionale passava
nell'emisfero australe, e mai aveva avuto a pentirsene.
Anzi soleva dire che, appunto per quello, la sua
corvetta godeva una buona protezione; ed infatti mai una
tempesta fatale l'aveva sorpresa, e quelle ordinarie le
aveva facilmente vinte.
- Ma gli uomini purtroppo cambiano, e anche il nostro
capitano, seguendo l'andazzo dei tempi, a poco a poco si
era mutato, diventando uno spregiudicato.
- Avvenne or dunque che la nostra corvetta si trovò un
giorno nei pressi della linea equatoriale. Voi già
sapete che questa linea è puramente geografica, e perciò
invisibile: è un semplice parallelo, egualmente distante
dai due poli.
- L'equipaggio, fedele alle tradizioni marinaresche,
cominciò a fare i preparativi onde procedere al
battesimo, e rendere quindi il dovuto omaggio a Nettuno,
il quale si dice abiti in prossimità della linea.
- Oh, allora erano bei tempi! Voi siete giovani, e non
potete avere che una pallida idea di quella cerimonia
che faceva battere il cuore del marinaio, perché sapeva
di compiere un dovere che lo metteva al coperto dal
furore degli oceani.
- Quando echeggiava sul ponte di comando: «Ecco la
linea!» una viva emozione s'impadroniva di tutti:
ufficiali, marinai e mozzi, eccoli tutti in movimento
per prepararsi alla festa.
- La gran gala, formata dalle bandiere di tutti gli
Stati del mondo e dalle bandiere dei segnali, saliva
maestosamente in aria, distendendosi fra l'albero di
mezzana e la punta del bompresso, e il vessillo
nazionale s'innalzava maestosamente sul picco della
randa, salutato da un colpo di cannone.
- Si frugavano e rifrugavano le casse di tutti, si
spogliavano le cabine dell'ufficialità e dei passeggeri
per ornare l'opera morta, e dappertutto si stendevano
tappeti, arazzi e scialli variopinti, tramutando la nave
in un'immensa sala, sfolgorante pei lucenti metalli
dell'attrezzatura e per le tinte vivaci di tutto quel
pandemonio di bandiere svolazzanti e di stoffe spiegate
al vento.
- Il mastro d'equipaggio e una dozzina dei più robusti
marinai scomparivano, mentre gli altri preparavano le
pompe e i mastelli pel battesimo, tanto più gradito al
re del mare quanto più era abbondante
- Nel momento preciso che il vascello passava la linea,
ecco giungere sotto l'anca di tribordo o di babordo
un'imbarcazione adorna di arazzi e di bandiere, montata
da una dozzina di tritoni e da un vecchio che
raffigurava Nettuno. Una voce grossa grossa si alzava
dal mare, chiedendo:
«È battezzato il vascello?»
- «No!» - rispondeva l'equipaggio.
- «Ammainate la scala, dunque!» - comandava la voce
grossa.
- La scala d'onore veniva tosto calata: i marinai si
schieravano a prua coi mastelli pieni d'acqua, dinanzi e
attorno alle pompe; gli ufficiali e i passeggeri a
poppa.
- Il re del mare saliva gravemente sul ponte. Era un
vecchio dalla lunga barba, adorno di conchiglie, recante
in capo una corona di metallo e nella sinistra un
tridente. Lo seguivano dodici marinai camuffati da
tritoni, carichi di conchiglie e di alghe marine.
- Il re, che era rappresentato dal mastro, si avanzava
verso il capitano, seguito da tutto il suo stato
maggiore, e dopo di aver ricevuto un lungo inchino da
parte dell'intera ufficialità, chiedeva al comandante:
«Hai pagato il tuo tributo al re del mare?»
- «No», - rispondeva il capitano.
- «Allora ti battezzo».
- Così dicendo, prendeva una tinozza piena d'acqua e la
rovesciava sul capo di lui inondandolo completamente.
- Quello era il segnale del battesimo generale. Le
pompe, energicamente manovrate, inondavano passeggeri e
ufficiali, e le tinozze si vuotavano sul capo di tutti.
Torrenti d'acqua correvano da prua a poppa, recando il
dovuto tributo al re del mare, e la battaglia si
prolungava fino al completo esaurimento delle forze di
ambe le parti.
- La nave, così battezzata, poteva allora sfidare
impunemente i furori degli oceani, poiché Nettuno la
proteggeva; ma guai a non farlo! Il tributo d'acqua si
cambiava in una ecatombe umana, e papà Catrame, che è
ancora qui, vivo per miracolo, lo sa!
Il vecchio marinaio per la terza volta s'interruppe,
girando sull'attento equipaggio un lungo sguardo, come
per accertarsi che tutti lo ascoltavano religiosamente;
ricaricò la pipa, l'accese, indi continuò: - Come vi
dissi, la nostra corvetta era giunta nei pressi della
linea: fra qualche ora doveva lasciare l'emisfero
settentrionale per entrare in quello meridionale.
- Il nostro mastro, rigido osservatore delle tradizioni
marinaresche, si recò sul ponte di comando seguito da
tutto l'equipaggio, e disse al capitano: «La linea è
vicina, signore; Nettuno esige il suo tributo».
- «Vada al diavolo Nettuno e tutti i suoi tritoni»
rispose lo scettico.
- Il mastro impallidì.
- «Volete chiamare la sfortuna a bordo, signore», -
disse.
- «Me ne rido della collera di Nettuno, io».
- «Ma l'equipaggio...»
- «Basta così», - rispose ruvidamente il capitano. -
«Sono padrone io a bordo: andatevene!»
- Salì sul ponte di comando, ordinò di sciogliere tutte
le vele, perfino gli scopamari e i coltellacci, e, per
colmo di spavalderia insensata, fece ammainare la
bandiera, onde togliere al re del mare ogni idea che lo
si volesse salutare.
- La corvetta, spinta da un buon vento, s'inoltrò verso
la linea; ma, cosa strana davvero, camminava più lenta
del solito, e pareva che ad ogni istante fosse lì lì per
arrestarsi. I marinai sussurravano che erano i tritoni
del re del mare che si aggrappavano alla carena per non
lasciarla passare; ma il capitano crollava il capo e
faceva aggiungere sempre nuove vele a quelle già
sciolte.
- A mezzogiorno preciso la corvetta passava la linea.
Quasi nel medesimo istante un fremito agitò la
tranquilla distesa dell'oceano, e dalla profondità degli
abissi uscì un cupo rimbombo. Poco dopo un'onda immensa
sorse agli estremi confini dell'orizzonte, si distese e
venne a rompersi con cupi muggiti sulla prua della nave.
- Ci guardammo l'un l'altro, stupiti e spaventati, e,
parola di papà Catrame, vi era di che spaventarsi.
Interrogammo ansiosamente gli ufficiali: ci dissero che,
per un caso strano, un fenomeno, non so se maremoto o
cos'altro, era avvenuto nel momento preciso in cui
passavamo la linea. Ci credete voi? Io no, e
scommetterei che non ci credevano neanche gli ufficiali,
perché erano pallidi come tutti noi.
- Anche il capitano era diventato serio serio, e la sua
fronte si era aggrottata; ma egli era testardo come un
guascone, e non voleva credere a Nettuno, né alla
potenza di questo re.
- Ed ecco ad un tratto sorgere all'orizzonte una nube,
nera come il bitume. Voi non lo crederete forse; ma io,
con questi occhi ho veduto che quella nube aveva tre
punte acute, rassomiglianti a un gigantesco tridente.
Eravamo tutti muti per lo spavento: ufficiali, marinai e
mozzi erano diventati pallidissimi allo scorgere quella
sinistra nube, nel cui seno guizzavano lampi sanguigni.
- Pareva che Nettuno avesse rizzato dinanzi a noi il suo
immane tridente per impedirci il passo; e così doveva
essere, poiché poco dopo il vento girava bruscamente al
sud, soffiando di fronte a noi. Cresceva la sua violenza
di minuto in minuto, poi era caldo come se uscisse dalle
voragini dell'inferno, e sollevava con forza
irresistibile l'oceano, alzando la gran nube, che si
estendeva minacciosamente sopra il nostro capo, e
conservando sempre la sua bizzarra forma.
- Dagli abissi del mare uscivano muggiti e boati
profondi, il vento urlava su tutti i toni attraverso il
sartiame dell'alberatura, nell'aria rombava
incessantemente il tuono e lampeggiava. Talvolta tra le
raffiche furiose, ci pareva di udire una voce possente
che ci gridasse: «Non passa la linea chi non mi
saluta!...»
- Invano il nostro capitano, che non voleva arrendersi
al re del mare, comandava manovre, girava di bordo per
prendere vento largo, e tentava di avanzare
bordeggiando: la nave veniva respinta dalle onde e dal
vento. Tre volte ripassammo la linea, e tre volte fummo
ricacciati nell'emisfero settentrionale.
- Scoppiavano le vele, cedevano le manovre correnti, si
piegavano come stuzzicadenti gli alberi e i pennoni, si
sfondavano le murate, cresceva la paura in tutti; ma il
testardo non voleva capitolare, e tornava sempre più
irato alla carica, deciso di mandarci tutti a bere nella
grande tazza salata, piuttosto che retrocedere.
- Parve che la fortuna sorridesse all'audace, poiché a
mezzanotte, dopo dodici ore di lotta disperata, la
corvetta ripassava la linea, entrando nell'emisfero
australe. Ma Nettuno aveva decretato la fine del
testardo comandante.
- Un'ora dopo, una montagna d'acqua rovesciava la
corvetta sul tribordo. Cosa sia poi accaduto, non ho mai
potuto saperlo con precisione. Mi ricordo confusamente
d'aver veduto non so quante onde precipitarsi con
orribile frastuono sul povero legno, di aver udito urla,
invocazioni disperate, gemiti, scricchiolii, uno
spezzarsi di legni, poi più nulla.
- Quando rinvenni, mi trovai nel fondo di una scialuppa,
solo sul burrascoso oceano. Come ero là? Non lo seppi
mai.
- La tempesta mi portò lontano lontano dal luogo del
naufragio. Rimasi in mare dieci giorni, mangiando una
delle mie scarpe e aprendomi due volte una vena per
dissetarmi.
- Quando una nave mi raccolse, ero ridotto in uno stato
da far compassione: giallo come un melone, asciutto come
un'aringa, tutto pelle ed ossa. Dei miei compagni non
ebbi più notizia; si sono salvati, o riposano in fondo
agli abissi marini? Io lo ignoro ancora; ma se qualcuno
fosse sopravvissuto a quell'orribile catastrofe, l'avrei
incontrato in qualche angolo del mondo e invece nessuno
mai mi apparve. Sono tutti morti: il cuore me lo dice.
Papà Catrame col dorso della mano spazzò via due lagrime
che gli solcavano le incartapecorite gote, si mise la
pipa in tasca e scosse malinconicamente il capo,
brontolando: - Non si creda più ora al re del mare!...
- A quale re? - chiese il capitano. - A quello creato
dalla vostra balzana fantasia? Non è così, mastro
Catrame? Un tempo si poteva credere all'esistenza di
Nettuno forse, come si è creduto all'esistenza delle
sirene e a cento altre corbellerie; ma oggi no, vecchio
mio. Simili storie si lasciano ai marinai vecchi e
barbogi...
- Ma la corvetta...
- Una tempesta qualunque l'ha affondata, Catrame.
- Ma quell'onda immensa...
- Un maremoto, mastro mio.
- Ma quella nube...
- Una nube pur che sia. Forse che non ne hai mai vedute
di quelle che hanno tre, cinque, dieci, venti punte?...
Va' a dormire, papà Catrame, e lascia là Nettuno che non
è mai esistito e il battesimo della linea che non è un
omaggio reso al re degli abissi, ma una carnevalata
inventata da allegri marinai. Va', va' e bevi il resto
della mia bottiglia.
"Le novelle marinaresche di mastro
Catrame"
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