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La rivolta dell'Amistad
Amistad,
una parola che in spagnolo significa amicizia, termine
usato troppo spesso con semplicità, se non abusato, una
parola che, al tempo stesso, trasuda sangue e storia,
una storia oscura, mai raccontata nei testi scolastici,
ma non per questo meno influente sugli avvenimenti
futuri di tante altre a tutti note. "La Amistad",
infatti, per uno strano scherzo della sorte, era una
nave spagnola che, dietro il suo nome carico di
speranza, nascondeva un carico umano: non schiavi, o
figli di schiavi nati in qualche piantagione, il che,
era il 1839, sarebbe stato consentito dalle leggi
statunitensi, ma uomini liberi catturati con la forza in
qualche lontano villaggio africano.
"I
prigionieri giacevano a terra l'uno accanto all'altro,
come un grande tappeto nero posato di fronte alla porta
del deposito": con questa immagine comincia la storia
degli ammutinati dell'Amistad, narrata nel 1853 da
William Owens sulla base di documenti autentici. Una
vicenda di lotta e speranza antischiavista, in cui,
attraverso la fratellanza, Cinqué e i suoi compagni
reagiscono allo shock della cattura in Sierra Leone, poi
alla brutalità del viaggio verso l'America, costruendosi
la strada per la libertà e affrontando infine illusioni
e disillusione verso quei bianchi che li appoggiano in
tribunale ma devastano loro la vita in Africa. Una
storia di dignità e di orgoglio che sappiamo vive nei
tanti fratelli che affrontano oggi i mari del nuovo,
ancor peggiore, schiavismo. "Girovagando sul ponte
l'occhio di Cinquè si posò su un chiodo staccato in un
asse del ponte. [...] Comunicò in un sussurro i suoi
pensieri a Burnah, Kimbo, Bato e Grabo e li toccò con il
chiodo. Parlava di ammutinamento. Tutti poi, sussurrando
tra loro in mendi, presero parte alla riunione."Dopo 18
mesi di reclusione in America
per l'ammutinamento dell'Amistad, ironico amaro nome per
una nave schiavista, in tribunale: "Sopraffatto dal
senso del torto subito, dell'ingiustizia patita da lui e
dalla sua gente, dal suo diritto sacrosanto di rompere
ogni catena e combattere per la libertà, spazzata via
ogni esitazione dalla tempesta di sentimenti che lo
agitava, Cinquè cominciò a narrare con lentezza ed
eloquenza, i tratti del volto animati dall'indignazione,
la lunga storia dal momento in cui era stato rapito a
Mani e poi venduto a Don Pedro sino alla notte
dell'ammutinamento dell'Amistad." Il pubblico non aveva
più bisogno di traduzione: "capiva dal viso di Cinqué,
dalle sue mani che si agitavano a mimare una lotta o che
andavano a stringergli la gola, che quell'uomo stava
giustificando la sua lotta per la libertà. La sua voce
in lingua mendi si alzò in un crescendo, per poi
sfociare nelle parole inglesi: ‘Liberi! Lasciateci
liberi!' [...] Nessuno in quell'aula poteva dubitare di
aver visto un grande uomo in colui che era stato di
volta in volta definito selvaggio, cannibale, negro,
animale."

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